anche i capi fanno la cacca!

novembre 29, 2016

Quali sono le regole per essere un buon capo?

Quali requisiti sono necessari per ricoprire al meglio un incarico di responsabilità? se sai qual è il profilo del tuo capo, potresti imparare a prevenire le sue azioni e a vivere le dinamiche professionali in modo meno negativo. Nell’epoca del disimpegno e del pensiero debole alcuni capi non vogliono “impegnarsi”, vogliono i risultati, ma non sono disposti a fare fatica per ottenerli. Così, vedono il loro ruolo come quello di chi dà ordini e disposizioni, lasciando poi ai collaboratori il compito di eseguirli.Capi che non resistono allo stress, che appaiono sempre affaticati, concentrati sempre su qualcos’altro e che passano al lavoro molto meno tempo dei loro collaboratori. Capi dalla giornata di sei ore. Impegnati in tutta una serie di attività sociali che sono il loro vero lavoro. Tutto questo non ha nulla a che fare con le “pubblic relations”, ma ha invece molto a che fare con alcuni valori che si sono purtroppo imposti negli ultimi anni: la visibilità, il rifiuto dello sforzo e priorità che tradiscono i veri interessi. Sono i capi a mezzo servizio e per questo mezzi capi. I capi di cui sopra, che tipo di modello rappresentano? E tu che modello sei per le tue persone? Sei della serie “fate-quello-che-dico-ma-non-quello-che-faccio”, oppure sei un leader credibile? Fate ciò che dico e non ciò che faccio, non è affatto una buona strategia. Un buon capo, in primo luogo, deve dare l’esempio. Questo vuol dire che deve essere il primo a mettere in pratica i comportamenti che pretende dai suoi dipendenti. Per fare prosperare e vivere a lungo un’impresa o un’istituzione, il capo non deve solo saper scegliere ma anche formare i suoi collaboratori, farli crescere. Per riuscirci deve occuparsi di loro, motivarli, metterli alla prova, correggerli, farli tentare di nuovo. Ho visto però molti imprenditori, molti manager e alti funzionari pubblici che invece tendono a concentrare tutto nelle proprie mani. Assegnano ai collaboratori un compito limitato, specifico, gli forniscono solo poche informazioni. E guai se qualcuno allarga un po’ la sua visuale, se fa nuove proposte originali, se prende iniziative. Perché agiscono in questo modo? Alcuni lo fanno perché sono dei mediocri, non sanno affrontare e risolvere i problemi, non sanno decidere. Chiacchierano, promettono, rinviano. Non delegano perché temono che i collaboratori possano superarli, sono terrorizzati all’idea che qualcuno di essi possa offuscare il loro ruolo e, domani, usurparne il posto. Invidiano chiunque emerga e perciò lo frenano, lo frustrano, lo paralizzano.La capacità di prendere in fretta le decisioni giuste così che esse portino a un buon fine incrementa la fiducia degli altri nelle proprie capacità direttive. Chi pondera e temporeggia troppo infonde negli altri un senso di insicurezza. Il coraggio di esprimere un giudizio intuitivo e portare avanti una decisione nonostante numerose resistenze è segno di una forte personalità leader. Molti capi non decidono, si dibattono nell’incertezza, richiedono report, analisi e continui consulti, anche in situazioni così chiare che dovrebbero spingere all’azione. Si fanno sedurre dalle facili ricette e dai tanti guru prezzolati che con belle parole li portano da nessuna parte! La vera grandezza però è quella di chi possiede anche il coraggio di tornare sui propri passi rivedendo una posizione che ha riconosciuto come sbagliata. Molti capi sono piccoli, perché non rivedono mai le proprie convinzioni e posizioni, fornendo prova di una rigidità da antica Inquisizione. E da novelli inquisitori negano l’evidenza e accendono roghi.La verità a volte colpisce per la sua semplicità:
Il signor K. era circondato da un’aurea di potere. Ogni mattina compariva in azienda con la massima puntualità: si sarebbe potuto regolare l’orologio sul suo arrivo. Quella puntualità era espressione della sua affidabilità. Il suo arrivo diffondeva sicurezza e aveva un effetto ordinatore sui suoi collaboratori. Dopo una breve sosta in ufficio era solito fare un giro per l’azienda: la maggior parte delle volte visitava un reparto o si recava da un impiegato anziano per poter discutere di alcune questioni in sospeso. Egli utilizzava quella visita per mostrare la propria presenza, per osservare, per salutare i dipendenti e magari per avere un colloquio con qualcuno di loro. Visitava soprattutto i reparti della produzione: da lui ci si poteva sempre aspettare una parola di incoraggiamento anche per gli apprendisti. A volte si faceva spiegare qualcosa: quei momenti erano molto attesi, ma anche un po’ temuti poiché poneva domande precise e si aspettava risposte altrettanto precise. Mostrarsi, osservare, salutare e parlare: tutto qui? A pensarci bene invece è molto, è la presenza dell’azienda che è lì, pronta a supportare e ad aiutare le proprie persone, a farle crescere perché quei colloqui sono un apprendimento quotidiano.Il signor K. conosceva bene la sua azienda perché andava in presa diretta. Aveva fondato quell’azienda e l’aveva portata al successo. Sotto la sua guida i dipendenti si sentivano al sicuro, perché per loro egli era garante di buona riuscita. Nei periodi di crisi manteneva la calma e aveva sempre un effetto distensivo (altro che le reazioni isteriche come si vede in molti casi!). La qualità che i suoi impiegati maggiormente apprezzavano era che il signor K. sembrava sempre avere tempo, per un colloquio, per ascoltare, per girare nella sua azienda (presenza e attenzione piena e concentrata, non distratta dall’ultimo messaggio ricevuto sul cellulare!). La sua identificazione con la ditta contagiava gli altri; la loro identificazione con il capo d’altro canto faceva sì che essi vivessero i progressi del loro lavoro come un successo personale.Un imprenditore deve sapere bene quanto egli dipenda dai propri collaboratori e quanto essi dipendano da lui. Credere a questa correlazione e confermarla ogni giorno accrescerà la libertà interiore dei dipendenti. Essi devono essere consapevoli di detenere a loro volta del potere: la loro sensazione di indipendenza accrescerà il loro benessere e la loro capacità lavorativa.Capitani d’industria, superiori, insegnanti e genitori, devono sapere che collaboratori, giovani e bambini accettano le decisioni che sentono giuste. Collaboratori e giovani tuttavia tendono a elevare il valore dell’uguaglianza a misura di giustizia: ma un capo dovrebbe comportarsi seguendo la massima classica del suum cuique: ossia “ a ciascuno il suo”. La giustizia come virtù presuppone capacità di giudizio morale, coraggio, incorruttibilità e stabilità e non è una condizione che si possa garantire attraverso provvedimenti istituzionali (o procedure, aggiungo io): deriva da persone che possiedono la forza e il coraggio di mettere in pratica questo valore grazie a un modo di agire intrepido. Decidere in modo giusto e saper portare avanti un tale atteggiamento in modo degno qualifica chi occupa una posizione dirigenziale, chi vi riesce risponde così alle più alte aspettative che possono essere riposte nella persona di un leader: in nessun’altra circostanza essi vengono chiamati così tanto in causa come “persone”. Il rigore che talvolta accompagna la giustizia viene mitigato dalla bontà che ogni superiore dovrebbe irradiare, poiché la giustizia senza bontà può perdere quell’umanità che invece dovrebbe creare. Non è sicuramente facile essere colui che dà gli ordini, in qualche modo si rischia sempre di non essere visti di buon occhio.Il che potrebbe non necessariamente essere un male, ma lo diventa nel momento in cui il rispetto che i collaboratori hanno nei confronti del loro capo è direttamente proporzionato al loro rendimento sul posto di lavoro.

Perché un capo non ci piace?

In genere non ci piacciono le persone che non ci apprezzano, che non hanno fiducia in noi, che non ci fanno crescere, che cercano l’errore, invece di avere una visione di insieme su tutto il nostro lavoro, che ci incolpano di sbagli che non sono dipesi da noi, che vogliono prendersi il merito del nostro lavoro, che non ci spronano a trovare soluzioni, che si “agitano” per qualunque cosa, e la lista potrebbe continuare. Vediamo quali sono le regole per essere un buon capo:

  1. Condividi il tuo successo con i tuoi dipendenti

Il successo dell’azienda è merito di un lavoro di squadra. Anche il miglior capitano ha bisogno dei suoi sottoposti per giungere alla vittoria. Riconosci sempre i meriti, non solo complimentandoti con i tuoi dipendenti o elogiandoli, ma anche in modo sostanziale: attraverso regali, premi, così come bonus economici. In questo modo li farai sentire apprezzati e li spronerai a dare sempre il meglio. Il che non potrà che fare bene a te e alla tua azienda.

  1. Delega le responsabilità

Delegare per l’imprenditore vuol dire avere maggior tempo libero per se stesso, ma per il dipendente vuol dire avere delle responsabilità. Ora le responsabilità possono essere percepite come un ennesimo lavoro da dover svolgere, oppure come un atto di fiducia che attesta la stima del capo. Fa’ in modo che le tue deleghe ricadano nella seconda tipologia. Nel fare questo, ricorda al tuo collaboratore perché ti stai affidando proprio a lui, e spiegagli quanto è importante il buon svolgimento della mansione che gli ha dai dato. Infine, ricollegandoci al punto precedente, una volta svolta la mansione attribuiscigli il giusto merito.

  1. Conosci i tuoi dipendenti

Sarebbe saggio per ogni imprenditore conoscere personalmente ogni suo collaboratore. E non solo, li dovrebbe conoscere anche a fondo. Un buon modo per fare questo può essere quello di organizzare attività di gruppo. Ma va bene anche prendersi del tempo durante la pausa pranzo per fare quattro chiacchiere in modo informale. Più conosci i tuoi dipendenti e più sai cosa è davvero importante per loro, cosa li motiva. In questo modo saprai esattamente come renderli più produttivi e più soddisfatti.

  1. Sprona i tuoi collaboratori ad esporre le proprie opinioni

I tuoi collaboratori non sono solo una forza lavoro, sono anche delle menti in grado di offrirti idee, opinioni e strategie. Non perdere l’occasione di avere anche il loro punto di vista: ti potrebbe mostrare una prospettiva che ancora non hai preso in considerazione, oppure potrebbe mostrarti qualcosa che già conosci alla perfezione ma sotto una luce nuova. Oltretutto, in questo modo li farai sentire stimati, parte integrante dei processi decisionali dell’azienda. In questo modo farai sentire l’azienda anche un po’ loro.

  1. Presenta il tuo staff ai clienti

Proprio perché, come già detto sopra, il successo di un’azienda è direttamente proporzionato al contributo di chi ci lavora, presenta il tuo staff ai clienti. Spiega cosa fa ognuno di loro e in che modo il lavoro di ognuno di loro è indispensabile. È giusto attribuire i meriti a chi ha duramente lavorato. Questo è un ottimo modo per spronarli a fare sempre meglio, ed è anche un buon biglietto da visita per te. Molto spesso si pensa che il grande imprenditore è colui che fa tutto da solo, ma la realtà è ben diversa: un grande imprenditore è colui che è in grado di scegliere i collaboratori migliori. E questo lo sanno anche i tuoi clienti.

Che la squadra sia grande o piccola non importa: è sempre il capo a determinare il clima che si respira in ufficio.Proprio per questo, l’ideale è quello di cambiare completamente paradigma, smettendo di essere un capo e cominciando ad essere, appunto, un leader.Il capo comanda, il leader consiglia. Per questo al primo si obbedisce malvolentieri mentre il secondo si imita e si rispetta.  Certo, a un capo, spesso, viene automatico comportarsi in modo autoritario. Al contrario, fare da guida richiede disponibilità e attenzione. Vuol dire ricordare a se stessi le ragioni per cui si è a capo di una squadra. Cioè qual è il valore aggiunto che si è in grado di rappresentare per gli altri. Un modo per fare questo può essere quello di fornire dei feedback chiari. Specialmente quando un compito non viene svolto al meglio. In questi casi molti si limitano a fare enormi partacce, senza mai dare indicazioni pratiche su come non cadere nello stesso errore le volte successive. Un modo per fare questo viene direttamente dalla PNL e consiste nel presentare i feedback come un toast.La prima fetta di pane rappresenta un elogio circa l’identità del collaboratore.Il condimento, invece, rappresenta la critica e va fatta unicamente sul comportamento.Infine, la seconda fetta di pane è un altro elogio sull’identità. Ti faccio  un esempio.

Ciao Marco, vorrei parlarti del compito che ti ho assegnato. Se ho scelto te è perché so che posso contare sul tuo contributo. Proprio per questo desidero informarti  che non sono ancora soddisfatto del compito svolto, è mio desiderio che tu riprendessi in mano il progetto e lavorassi su alcune aree di miglioramento. Da parte mia avrai tutto l’aiuto che ti occorre, e non esitare a chiederlo. Sono sicuro che questa volta farai un gran lavoro,  infondo è quello che hai sempre dimostrato.Un capo deve essere in grado di rimettersi in discussione chiedendo ai propri dipendenti di valutare, in modo oggettivo e onesto, il proprio operato, per conoscere i propri punti di forza e migliorare i punti di debolezza.

Ma quali sono le frasi che un capo non dovrebbe assolutamente pronunciare?
“Non voglio sentire lamentele” Un vero capo deve saper captare i malumori del proprio team e dare il giusto valore a critiche e commenti negativi. Anche di fronte a problemi, che di fatto non potranno essere risolti, lasciare che un collaboratore si sfoghi è utile perché permette di instaurare un rapporto fondato sull’ascolto e sulla comunicazione.
“Fai come ti dico altrimenti…”  Le minacce sono dannose e gli imperativi inutili. Non servono né a rafforzare la lealtà del proprio team, né a migliorarne le prestazioni. “I capi più saggi cercano di ispirare e di insegnare, evitando di spaventare attraverso un costante clima di terrore”.
“Ho fatto io il lavoro al posto tuo ieri sera. E tu dov’eri?” Fare pressioni sulla presenza in ufficio è un modo sicuro per creare frustrazione e malumore. Un manager che lavora sette giorni a settimana non può pretendere che i suoi dipendenti facciano altrettanto.
“Ho sentito dire che…”  Mai lasciarsi andare ai pettegolezzi da ufficio. Soprattutto quando si occupa una posizione di peso all’interno della scala gerarchica: se è vero, infatti, che un’indiscrezione può aiutare ad entrare in confidenza, è altrettanto vero che provenendo dall’alto, può incoraggiare il proprio team a condividerla. E se la notizia dovesse poi rivelarsi priva di fondamento, i danni alla credibilità del capo potrebbero essere irreparabili.
“Questo cliente mi fa impazzire” Il rapporto con i clienti spesso può essere difficile da gestire. Tra richieste formulate in maniera confusa e urgenze da risolvere in pochi minuti, può capitare di perdere la pazienza e pronunciare frasi pungenti. Non c’è niente di più sbagliato! Il capo deve, infatti, essere un punto di riferimento, una  figura in grado di ispirare i comportamenti delle proprie risorse nella relazione day-by-day con i clienti. Anche in quelle più complicate.
“Non ce la faremo mai!” In ufficio deadline fa spesso rima con ansia! È in questi momenti che un capo deve mostrare sangue freddo anche se è la scadenza per la consegna di un progetto si fa sempre più serrata. Complice la tensione, è facile lasciarsi prendere dallo sconforto. Tuttavia, un capo deve evitare di riversare ansia e frustrazione sul suo team, incoraggiando sempre i propri dipendenti a dare il massimo, organizzandosi per rispettare le scadenze.
“Tra tutti, sei sempre il migliore” Guai ad elogiare sempre gli stessi, confinando gli altri nell’oblio, soprattutto in riunioni plenarie o di fronte ad altri. “Il rischio che si corre è quello di creare una divisione nel proprio team: da una parte i primi della classe e dall’altra le riserve.” Ogni collaboratore valido deve sentirsi apprezzato dal management.
“Abbiamo sempre fatto così” Questa affermazione è il modo migliore per soffocare la creatività del proprio team. Molto meglio chiedere pareri e opinioni su che cosa è meglio secondo tutta la squadra di lavoro. “Ovvio che la decisione finale spetta al capo  ma condividere un processo decisionale serve per incoraggiare i professionisti a trovare soluzioni creative. E li fa sentire parte importanti di una squadra”.
“È tutta colpa tua!”  Oneri e onori, vittorie e fallimenti. In ufficio si condivide (quasi) tutto. Non è giusto far pesare sul singolo collaboratore un insuccesso lavorativo. Bisogna parlarne con calma cercando di capire come evitare che una situazione del genere si ripeta in futuro.
“Sei il peggiore con cui mi sia mai capitato di lavorare!”  Rabbia, insulti, frecciate feriscono un dipendente. “Il vero capo   dovrebbe comportarsi con educazione e professionalità. È assolutamente inaccettabile per un manager insultare o umiliare un collaboratore perché ne minerebbe la motivazione e il coinvolgimento al successo aziendale. E se proprio si vuole fare una ‘lavata di capo’, meglio fargli presente quali sono gli aspetti del suo lavoro da migliorare e perfezionare”.

Essere un modello è un privilegio e una responsabilità e il capo dovrebbe esserne consapevole e onorato e rispondervi in modo adeguato. Qualsiasi forma di leadership si andrà ad utilizzare non potrà prescindere dal dare l’esempio.

A presto.

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