CAPIRSI: IL POTERE DELLA MENTE…

giugno 5, 2016

Il clima di un ambiente, di un ufficio, nonché lo stato d’animo di chi vi lavora contribuiscono con forza a crearne l’immagine ed il carattere. Ogni luogo, ogni istituzione comunica una identità precisa, attraverso il suo modo di rivolgersi al mondo. Lo fa con l’aspetto della grafica, con i suoi prodotti pubblici, col suo buon nome, ma lo fa soprattutto attraverso il come comunica. Comunicare vuol dire tante cose: è grafica, è web, è linguaggio, è l’interazione continua tra esseri umani che costruisce il nostro quotidiano. Clima e stati d’animo, sono alla base della soddisfazione, e quindi della produttività, di chiunque, e sono il prodotto di una buona comunicazione. “Non si può non comunicare”: ogni comportamento di esseri umani in presenza di altri esseri umani costituisce una comunicazione, se chi osserva il comportamento è in grado di interpretarlo, di assegnare dunque ad esso un significato, e chi “riceve” la comunicazione ne assegna un significato, ci fa capire come ciò implichi grande responsabilità, da parte di tutti gli attori una interazione, rispetto alla qualità e all’esito della stessa. Ogni comunicazione può essere nutriente, “far bene”, oppure “far male”, oppure, se risulta neutra, annoiare. Con “far bene” o “male” si intende la possibilità che ognuno ha, attraverso la comunicazione, di influenzare l’altro e l’ “atmosfera”: competenza importante da attivare in modo consapevole, sia verso l’interno, con i colleghi, sia verso l’esterno, verso gli utenti/clienti sia di una impresa come di una istituzione. Con il proprio modo di comunicare si può creare un’atmosfera accogliente, in cui conflitti eventuali si possano dirimere sul nascere. Lo sviluppo consapevole di competenza sociale, cioè la “capacità di comportarsi e comunicare in modo congruente ai veri interessi di breve, medio e lungo periodo della propria vita”, è interesse di ognuno.
Comunicare significa influenzarci a vicenda, consapevolmente o meno, e nel farlo “bene” ci si capisce, si ottengono i risultati desiderati e, soprattutto, ci si conferma l’un l’altro: con la comunicazione si fa capire fra le righe all’altro che lo si prende sul serio, che lo si rispetta. E quindi “si sta bene”. Ogni essere umano preferisce lo “star bene” allo “star male”. Ed il sentirsi accettato, benvoluto, fa parte dei bisogni essenziali degli esseri umani. Se teniamo presente la piramide dei bisogni degli esseri umani disegnata trent’anni fa dal psicologo Maslow, è chiaro che sarà ben difficile farsi ascoltare da persone occupate in tematiche localizzate alla base della piramide stessa:

piramidebisogni

una persona che ha sonno o affamata, o ha freddo o non ha un tetto sopra alla testa probabilmente non avrà la disponibilità di ascoltare veramente. Ma anche chi è in ansia e quindi occupato a “difendersi” non lo può fare, per questo mettere a proprio agio le persone col come della propria comunicazione è alla base di ogni possibilità di comunicazione efficace. Di solito ci si occupa del cosa ci si comunica, e molto poco del come. Eppure è il come a rendere possibile il capirsi intorno al “cosa”.
Con il come di ogni frase si conferma o si mette in discussione la relazione sociale tra i soggetti che comunicano: questo avviene continuamente, per cui è necessario rendersi conto del potere della comunicazione, che può far bene o far male, creare e distruggere atmosfere, motivazione, energia. Con i nostri modi comunicativi ci modifichiamo costantemente a vicenda: la nostra realtà soggettiva si costruisce tramite continui aggiustamenti di rotta. Ogni comunicazione è una contrattazione implicita e si gioca col suo “come”: posso fidarmi di te e quindi rilassarmi? O devo stare in guardia? La comunicazione “funziona” solo se “funziona” il livello di relazione: il cosa della comunicazione, il risultato in termini di contenuto, dipende da come il suo come ci ha reso possibile stabilire una base comune di benessere. Ingenuamente si da per scontato che ci si capisca, mentre ognuno decodifica la comunicazione secondo i propri parametri, le proprie conoscenze, il proprio filtro fatto di aspettative, timori, convenzioni: ognuno da il proprio significato a quanto percepisce, ed il proprio significato è invariabilmente quello prodotto nella propria mente. Per comunicare e capirsi il primo passo è dunque il capir-si, il capire se stessi in tutte le proprie componenti, per non trasportare la propria mancanza di chiarezza interiore nella comunicazione con gli altri. Prima di entrare dunque in un team, o di iniziare un colloquio, una discussione, una trattativa, procediamo, col nostro modello grafico, la check della nostra posizione mentale: verso di noi e verso l’altro.
Verso di noi:
•quali sono le nostre motivazioni e i nostri scopi? Sono realistici?
•ci sono noti i precedenti della situazione?
•ci sono noti gli scopi e le motivazioni degli altri?
•sono compatibili coi miei?
•come giudico la situazione?
•come credo che la giudichino gli altri?
•posso controllare le mie interpretazioni? Sono forse fantasie?
•devo tenere una “conferenza delle mie parti” per chiarirmi?
Verso l’altro/gli altri:
•che cosa penso della persona/delle persone?
•è congruente con i miei scopi pensare così?
•che cosa so veramente dell’altro/degli altri?
CHECK DELLA POSIZIONE MENTALE
altri? Che informazioni ho?
•sono informazioni attendibili? O sono “occhiali del pregiudizio” prestati da altri?
•quali sono le mie interpretazioni e le mie paure rispetto agli altri?
•posso controllare queste mie fantasie?
Molto spesso si producono infatti vere e proprie fantasie rispetto agli altri, interpretazioni e timori della nostra mente, che poi ci si dimentica di controllare e che finiamo col prendere per veri, finendo col vivere, e nemmeno bene, nel nostro pianeta personale. Può essere molto utile invece esprimere, al momento opportuno, i propri timori, dubbi, e farlo molto semplicemente. A questo proposito è importantissimo ricordare che ognuno conosce solo e unicamente il proprio mondo interiore, per cui posso chiedere “ho paura che tu creda di me… è vero?” Ogni messaggio del tipo “io so meglio di te quello che tu pensi, quel che senti e come stai”, quale che siano le sue motivazioni, danneggia la comunicazione. E’ possibile allenarsi all’approccio sistemico, è possibile mettersi nei panni dell’altro: vivere davvero il “pensiero allargato” di cui parlava Kant, la capacità, attraverso l’immaginazione, di vedere le cose con gli occhi dell’altro.

VUOI SAPERNE DI PIÙ’? SE TI HA INCURIOSITO/A QUESTO ARTICOLO CONTATTACI TI DAREMO TUTTE LE INFORMAZIONI SULLE PROSSIME DATE DEL CORSO.

LIBERAMENTE

Matilde.

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