che vinca il migliore!

gennaio 10, 2017

La bellezza dell’essere umano è che ognuno è unico a modo suo! Ti piacerebbe essere unico, speciale o il migliore di tutti? Ci sono differenze in questi tre modi di vedersi. In base alle esperienze vissute e al proprio modo di fare è facile cadere nella presunzione dell’essere o sentirsi migliori di qualcun’altro. Cosa c’è di sbagliato? Che gli esseri umani non si suddividono tra migliori o peggiori, siamo semplicemente unici. Durante il cammino ci accorgeremo in realtà che ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Sorpreso? Non si può essere migliori in assoluto ed è sbagliato pensarlo. Il vocabolario traduce il sostantivo presunzione come: l’atto o atteggiamento ispirato ad ambizioni o pretese orgogliose e indisponenti. Credendo e convincendosi di essere migliore di tutti si attiva un meccanismo irreparabile. Se sei il migliore, o credi di esserlo, vorrai dimostrarlo e per dimostrarlo deciderai di competere con chiunque, nella vita così come nel lavoro. Dove ti porta tutto ciò? Avere una piccola vittoria sugli altri può darti un piacere momentaneo, ma pensi sia la vera felicità? La gioia, per essere tale, deve essere basata sulla consapevolezza che si sta percorrendo la strada verso la realizzazione del proprio potenziale e verso la manifestazione del proprio talento (anche se non sai ancora quale sia non significa che non dimori in te). A tal proposito se ti fa piacere puoi leggere il post a riguardo. Ma cos’è davvero la competizione? Che significato gli attribuiamo? Avrebbe senso sottrarsene? Sarebbe davvero possibile?Come possiamo vivere positivamente la competizione? Vediamo innanzitutto l’etimo della parola COMPETERE. Dal  latino, vuol dire: andare verso (petere) insieme (cum), cioè convergere in un medesimo punto, andando insieme. Questa lettura tranquillizza? Io corro una maratona e non lo faccio da solo, lo faccio assieme ad altre persone. Sono loro i miei avversari? Per chi sceglie uno sport individuale l’avversario è una montagna ripida, un’onda gigante, l’altezza da cui buttarsi nel vuoto. Aver davanti un uomo come avversario fa forse più paura di un salto nel vuoto? In una maratona, il punto in cui convergere insieme è l’ARRIVO? Chi è il vero avversario? La psicologia dello sviluppo considera competizione, cooperazione e comportamento pro-sociale essere le tre modalità interattive con cui un bambino o adolescente fa fronte ai “compiti di sviluppo”, cioè a quegli obiettivi da raggiungere o problemi da risolvere che deve affrontare quando la sua maturazione incontra le richieste poste dal contesto in cui egli è inserito.A differenza della cooperazione e del comportamento pro-sociale, entrambe strategie di sviluppo con accezione positiva, alla competizione viene attribuito un valore positivo o negativo a seconda dell’interlocutore (inteso qui come entità con cui si interagisce). Se si tratta della realtà esterna che impone dei vincoli oppure del sé con i suoi limiti, la competizione acquisisce valore positivo in quanto è funzionale al riconoscimento di tali limiti, all’affermazione del sé e delle sue capacità, al superamento della frustrazione. Se l’interlocutore è l’altro, se si compete per essere di più dell’altro, alla competizione è dato valore negativo perché fa nascere una vera e propria lotta e può, in definitiva, assumere forme aggressive e addirittura distruttive.Tra coloro che vivono male la competizione, mentre alcuni sono quindi intrappolati dalla compulsione di vincere, altri si ribellano e prendono le distanze dalla competizione, criticandola con veemenza e puntando il dito contro un modello culturale che definiscono crudele perché dà valore solo ai vincenti ignorando le qualità positive dei mediocri. Chi sono questi soggetti? Molti di questi sono ragazzi che hanno subito una forte pressione competitiva all’interno della famiglia e della società. Prendere le distanze quindi non sempre vuol dire vivere bene la competizione. Un esempio è di coloro che nel riferirsi a un collega o al proprio capo, ne parlano con astio, nonostante non ne condividano i valori né la brama di successo. Puoi provare piacere basato sulla realizzazione di un lavoro ben svolto indipendentemente dal fatto di ricevere l’ammirazione altrui, per sviluppare la leadership personale è importante che impari ad estrarre le soddisfazioni da te stesso, che sviluppi l’autostima. Non hai bisogno di vincere ma di realizzarti.Non è vincendo una gara o una competizione qualsiasi che dimostri quello che sei, non hai bisogno di dimostrare agli altri, ma solo a te stesso. Essere contenti della nostra unicità non sarebbe meglio? La questione è che sottrarsi alla competizione è pressoché impossibile. La prima arena di competizione (tolta quella familiare, se si è fortunati) è la scuola. Il sistema scolastico mette gli adolescenti di fronte a un confronto duro: il voto; proprio gli adolescenti, che per definizione vivono la fase più impegnativa di sviluppo psico-fisico e che per la natura stessa della loro evoluzione hanno tempi e modi diversi di sviluppo, sono chiamati ad un confronto che difficilmente prevede personalizzazioni o che dia valore alla loro unicità. A seguire: l’accesso all’università, l’ammissione e la partecipazione a un concorso, l’assunzione in un posto di lavoro, l’acquisizione di un cliente, l’ambiente di lavoro.  Pensare di sottrarsi alla competizione vorrebbe dire subirne gli effetti negativi senza poterli conoscere. Per chi vive la competizione come un modo per affermare la propria superiorità, la stessa potrà alimentarne l’insicurezza, per chi invece crede di poter evitare la competizione, soffrirà tutte le volte che realizzerà qualcosa di buono, ovvero farà di tutto per non realizzarlo. In fondo è sempre meglio confrontarsi senza pretese con gli altri che voler primeggiare a tutti i costi. Sviluppare la leadership non significa competere con gli altri, ma competere contro i propri difetti e i propri punti deboli. Non siamo migliori rispetto a nessuno perché ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. La storia si evolve, i tempi cambiano, una nuova invenzione tra un anno sarà già obsoleta. E sai una cosa? Non siamo neppure così speciali da essere insostituibili. La specialità, in rapporto all’unicità, non esiste. Puoi essere bravo, anche eccezionale, ma non sei insostituibile. Se pensi di essere speciale crei un’illusione che ti porta a pensare di esserlo in riferimento a un’altra persona. Da qui torniamo, nuovamente, alla competizione e al credersi migliori. Potresti chiedermi: ma se non sono migliore e non sono speciale allora cosa sono quindi? Sei unico, nel tuo modo di essere. Non siamo ciò che pensano gli altri e nemmeno ciò che vogliamo dimostrare, siamo solo ciò che siamo. Una lode non ti rende migliore, così come una critica non ti rende peggiore.Per potersi confrontare con l’altro occorre incontrarlo: l’incontro arricchisce, soprattutto in termini di conoscenza di sé, così che il confronto vada in secondo piano mettendo in luce la propria prestazione e la capacità di goderne. Allo stesso tempo, dando del nostro meglio, siamo noi a poter arricchire l’altro. L’altro è l’avversario ma innanzitutto noi stessi. Si, siamo solo ciò che siamo, e questo non significa che non possiamo cambiare in meglio, però se vuoi migliorarti non appoggiarti alle lodi o alle critiche e soprattutto fallo solo in riferimento a te stesso.Non c’è nessuno come te o come me, è vero, ma solo perché ognuno ha la propria strada da compiere e ogni strada è diversa dall’altra. Per ogni strada il suo compagno di viaggio. Unico a modo suo. Nel mondo anglosassone una partita (di tennis o altro sport) è chiamata match; to match vuol dire anche abbinare, accoppiare, star bene insieme. La competizione prevede che ciascuno di noi incontri ogni volta se stesso, e che ci stia bene assieme.  Il vero avversario sarà forse la resistenza al cambiamento? Al miglioramento? Probabilmente sì!

A presto.

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