il feedback costruttivo

marzo 1, 2017

Feedback:  termine che significa “informazione che ritorna”, per sottolineare la volontà di dare ad un’altra persona un’ informazione il più possibile neutrale intorno al suo comportamento ed alle sensazioni che questo suo comportamento provoca in chi parla. È una cosa che fra esseri umani è impegnativa  da realizzare. Una comunicazione non è mai neutrale , ma si potrà almeno tentare con cautela di comprenderne i meccanismi scambiandoci, appunto, feedback. Nella nostra cultura mediterranea è difficile  esprimere chiaramente quel che si pensa del comportamento di un’altra persona: tendiamo ad evitare la chiarezza nella critica, e ad evitare chiari “no”, per gentilezza, tatto, savoir faire. Il risultato: vivere in questa nostra cultura del “non-detto” è molto più complicato, si dovrà sempre essere in grado di leggere fra le righe, capire soprattutto quel che l’altro non dice, interpretare, e molto spesso si ricadrà nella trappola della nostra fantasia. Imparare a dare e a ricevere feeedback è molto importante per semplificare la vita di tutti i giorni, ed è assolutamente necessaria per poter lavorare con buoni risultati in un team. Si tratta di un tema molto delicato, che va a toccare il nostro bisogno fondamentale di sentirci accettati come persone dagli altri  è necessario rendersi conto che si tratta di un bisogno condiviso da tutti, che va quindi rispettato a livello relazionale in quanto diritto degli esseri umani di venir rispettati dagli altri esseri umani, semplicemente in quanto tali.
Certo, anche se lo dichiariamo un diritto fondamentale, resta il fatto che non si può venir accettati da tutti, e malgrado il bisogno di venir accettati sia generale, non lo è la capacità e la disponibilità ad accettare gli altri. Si tratta di imparare a distinguere chiaramente tra comportamenti, atteggiamenti, posizioni, opinioni, modi e la persona che li presenta. Anche se non tutti i modi né tutti i comportamenti sono accettabili, il bisogno fondamentale delle persone di venir accettate come persone si deve tenere a mente e rispettare. Questa esigenza si trasforma a volte nel bisogno di risultare simpatici a tutti. Un’ aspettativa che evidentemente, irresolubile com’è, riempie la nostra vita di occasioni di frustrazione. Solo grazie al feedback degli altri possiamo venir informati di come ci vedono, dell’effetto che facciamo su di loro. Il feedback è dunque una informazione preziosa, data da un punto di vista soggettivo, che non è il nostro se lo riceviamo, e che è il nostro se lo diamo. Sapere chiaramente che cosa vedono gli altri in noi, che cosa pensano di noi, può ferire, può scontrarsi con la nostra idea di noi stessi. Il feedback è però necessario per confrontare fino a che punto questa nostra idea di noi stessi coincida con quello che vedono altri di noi e per comprendere se siamo stati compresi. Chi dà un feedback, specie se intorno a comportamenti che si valutano come negativi, si deve precedentemente chiedere se lo fa con la motivazione di informare l’altro, in modo che questo possa avere un vantaggio da questa informazione, di cui potrà tener conto, ad esempio, per poter migliorare la sua prestazione in occasioni precise di vita quotidiana. Senza questa motivazione non si tratta di un feedback, ma di più o meno velate critiche  che non sono in genere costruttive, perché trasmettono  l’avversione verso una caratteristica della persona e lo stimolano inevitabilmente  a reagire a questo sottile “no” difendendosi, eventualmente attaccando. Di regola, se nel ricevere un feedback si ha l’impressione di doversi giustificare, significa che ci si sente accusati, ad esempio di non corrispondere ad uno standard, evidentemente quello valido per chi ci sta dando il suo feedback. Ma può essere invece che il nostro bisogno di giustificarci provenga da una nostra (nevrotica, perché irrealistica) esigenza di venir accettati da tutti, e in questo caso reagiremo in modo automatico e ciò ci impedirà di ascoltare attentamente e capire cosa l’altro col suo feedback intende dire e cosa vuole ottenere da noi. Tuttavia può darsi al contempo che si sia colta una più o meno sottile accusa e che ci si senta “messi alle strette”. Invece di giustificarsi  sarà più utile passare al livello della meta-comunicazione e dare a propria volta un feedback all’altro sulla propria impressione intorno al come questi stia parlando con noi. Una spiegazione del nostro comportamento si darà solo se si è sicuri che all’altro personalmente interessi, e non per giustificarsi. Per capire come gli altri ci vedono è importante ascoltare attentamente e attivamente, mentre spiegare le nostre motivazioni ce lo impedisce, perché rimaniamo concentrati su noi stessi. Ci sono regole precise sia per dare che per ricevere feedback che vanno imparate e rispettate per abbassare il più possibile il disagio che ne può sortire.È bene, in un gruppo che lavora assieme, stabilire insieme le regole per dare e ricevere feedback e appenderle ben in vista  e ricordarsi a vicenda di richiedere feedback. Per dare feedback in modo che ne risulti una informazione costruttiva ricordati di:

•chiedere per prima cosa se l’interessato è in grado di riceverla (ha tempo, non è occupato da altri pensieri, gli interessa);

•sottolineare la soggettività di quel che si dice (secondo me, a me pare, “io vedo, io credo…” e non “si vede, si crede”…e assolutamente mai “i colleghi dicono…”);

•parlare direttamente e guardandosi negli occhi;

•descrivere il comportamento che si è osservato, senza giudizi né interpretazioni; •descrivere eventuali interpretazioni dichiarando che si tratta di interpretazioni personali;

•descrivere come chi sta dando il feedback vive questo comportamento che descrive (come si sente, in prima persona, chi parla);

•esprimerti con gli stessi modi che ti auguri usino gli altri con te;

•cercare di essere concreto e di riferirti ad una particolare situazione il più possibile vicina nel tempo;

•non analizzare l’altro ma di esprimere soggettivamente l’effetto che egli ti fa, in modo che possa usare utilmente la tua informazione;

•esprimere chiaramente desideri personali, rispetto al comportamento di cui si parla, per il futuro.

Per ricevere feedback ricordati di:

•accettare di ascoltarlo solo quando ti senti veramente in grado di farlo, e non per compiacenza;

•ascoltare attentamente e senza interrompere; •ringraziare per l’informazione ottenuta;

•fare domande solo per assicurarti di aver capito bene;

•non giustificarti: si tratta della percezione soggettiva di un altro e, se tu non sei venuto al mondo per corrispondere alle aspettative di altri, non occorre che ti giustifichi.
Per chiedere feedback ricordati di:

•concretezza: non “come mi vedi?”, ma “ti sembro chiaro/costruttivo abbastanza nel presentare questo lavoro?”

•assicurarti che sia il momento giusto ed il contesto adatto.
La cultura del feedback si può imparare ed implica la capacità di parlar chiaro senza farsi del male a vicenda, abituandosi a sottolineare, come osservazioni puramente soggettive, sia gli aspetti positivi che quelli negativi che si notano in altri, e ad esprimere desideri rispetto ai comportamenti delle persone con cui si ha a che fare. Molto  spesso recriminazioni a posteriori non sono che desideri mai espressi e “andati a male”, per così dire. Senza la capacità di dare, richiedere e ricevere feedback non è possibile lavorare in un team e collaborare con altri in modo efficace: critiche giuste e proposte animate dalle migliori intenzioni non hanno alcuna possibilità di ricevere l’attenzione che spetta loro da parte di chi le riceve, se il come di queste critiche non è tale da renderle accettabili. Eppure, il dire chiaramente quel che si pensa può risultare a volte rischioso, in particolare quando le persone a cui ci si rivolge rivestono una autorità che possono usare contro di noi. Il termine greco “parusìa” indica questa situazione, in cui si dice la verità, quel che si pensa veramente, ad esempio al tiranno, e lo si fa anche a costo di pagare con la vita. In una società in cui il tessuto fitto e interconnesso delle necessità e dei bisogni degli esseri umani venga riconosciuto come l’insieme dei diritti degli esseri umani stessi, il problema non dovrebbe porsi con simile drammaticità. L’aver timore di esprimere chiaramente quel che pensiamo o dall’altra parte, reagire con rabbia a quanto esprime un altro, sono comportamenti indicatori del nostro vivere  o della nostra paura di vivere  in rapporti fatti di giochi di potere, e quindi all’insegna della manipolazione e non della solidarietà. Ma i rapporti interpersonali, il nostro mondo, lo creiamo tutti i giorni con le nostre comunicazioni. Ognu di noi può smettere di creare un mondo che non vuole più avere, a partire da se stesso e da ciò che lo circonda immediatamente.

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