il ponte delle relazioni

dicembre 22, 2016

Le relazioni sociali sono il presupposto dell‘esistenza umana e di quella professionale. Servono alla nostra sopravvivenza e al nostro sviluppo. La ricerca di appartenenza  è una parte dell‘impulso esistenziale, una costante dell‘essere uomo, che caratterizza il nostro agire. Si trascorre la quasi totalità del nostro tempo con altre persone e per tutti noi è indispensabile far si che le nostre interazioni e relazioni con gli altri siano relazioni di successo. Rapportarsi con gli altri significa entrare in un complesso mondo, fatto di parole, gesti, messaggi, e tanto altro, che consentono a ciascuno di noi di entrare in possesso di innumerevoli informazioni. La capacità di comunicare correttamente queste informazioni, di comprenderle e di gestirle costituisce lo strumento per relazionarsi correttamente con gli altri. Il requisito fondamentale per il nostro inserimento nella società è prima di tutto la comprensione di se stessi, che inizia in tenera età attraverso la socializzazione primaria, grazie alla famiglia di appartenenza che permette al bambino di instaurare il primo e fondamentale nucleo di relazioni significative. La socializzazione è il processo attraverso il quale gli individui sviluppano, lungo tutto l’arco della loro vita, nel corso dell’interazione sociale un grado di competenze comunicative e di abilità all’interno di una determinata cultura, adottando i modelli di comportamento, le norme e i valori della propria società. Dopo la socializzazione primaria, che avviene attraverso l’interazione con la famiglia, la scuola diviene la prima istituzione sociale extra domestica con la quale l’individuo entra in rapporto.L’ingresso nella scuola segna convenzionalmente l’inizio della socializzazione secondaria. La socializzazione secondaria è rivolta all’acquisizione delle competenze specifiche, l’esercizio dei ruoli inizia con la scolarizzazione e prosegue per tutta la vita. La scuola è un agente formativo che opera un’importante funzione di socializzazione dei soggetti in età più evolutiva, fungendo da tramite tra la famiglia e la società e preparando in tal modo il bambino al suo futuro ruolo di adulto. Attraverso il processo di istruzione la società si garantisce un certo livello di solidarietà e di unità sociale, trasmettendo senso di appartenenza e di fedeltà a una stessa cultura e a uno stesso gruppo. Nell’interazione con l’insegnante il bambino impara prima di tutto modelli di comportamento adeguati ad una situazione, definiti in termini di rapporti di autorità assai più impersonali di quelli esperiti nella situazione familiare. La socializzazione scolastica trasmette, in base al modo in cui viene attuata e al tipo di rapporti sociali nei quali si esplica, una serie di modelli di comportamento che si rifanno ai principi di autorità, di prestazione, di competizione e di cooperazione. È nell’ambito scolastico che si costruiscono i gruppi dei pari, caratterizzati da un rapporto paritario e simmetrico fra i membri, dovuto al fatto che questi hanno in comune alcune condizioni di base, come la stessa età, ruoli identici, condizioni sociali molto simili. Il gruppo dei pari è un importante agente di socializzazione, perché esercita una particolare influenza nella tarda infanzia e nell’adolescenza. Si tratta di fasi in cui gli individui conquistano un’identità relativamente stabile, spesso attraverso una reazione negativa nei confronti dei modelli appresi in famiglia e nella scuola. I gruppi dei pari dal momento in cui si formano fino alla tarda adolescenza vanno incontro a un’evoluzione che segue di solito tre tappe fisse:

  • gruppi informali (6-10 anni circa), sono dotati di poche regole, legate soprattutto ai giochi e alle attività da svolgere. I membri si avvicendano molto facilmente senza che il gruppo ne risenta,non ci sono dei leader;
  • gruppi formali (11-15 anni circa), sono dotati di strutture rigide e all’interno si creano divisioni ed esclusioni. I membri che meglio riescono nelle varie attività e che sono più socievoli sono i più popolari, ricercati ed ammirati da tutti. I più impopolari sono di solito individui con piccoli problemi, che di solito riguardano l’aspetto fisico, o con difficoltà psicologiche, come ansia, insicurezza…
  • comitive (16-24 anni), formate da persone con caratteristiche e interessi comuni e che in genere provengono da uno stesso ambiente socioculturale. A differenza dei gruppi formali, le comitive sono miste e spesso diventano il punto di partenza per la nascita di coppie.

L’individuo quindi, durante la socializzazione secondaria, farà sua la cultura della società in cui vive, e imparerà a mettere in scena i ruoli richiesti da quella società, continuando ad interagire con essa e affinando sempre di più la sua competenza sociale. La competenza sociale indica lo sviluppo di abilità socio-cognitive, includendo anche la capacità di autocontrollo emotivo, che ha molta importanza nell’adattamento della persona al contesto di vita. Le abilità socio-cognitive quali, ad esempio, il realizzare scopi sociali costruttivi come l’avere amici e il mantenere le interazioni testimoniano una definizione di competenza sociale che attribuisce enfasi alle conseguenze sociali che le persone ottengono nei loro contesti di vita. Numerosi studi hanno mostrato che, fin dall’infanzia, l’amicizia è significativamente associata a un esito evolutivo positivo e alla capacità di adattamento. Già nel periodo della scuola materna, infatti, la capacità dei bambini di costruire relazioni di amicizia stabili e durevoli nel tempo influenza l’atteggiamento verso la scuola e il successo scolastico. Inoltre, l’avere amici, oltre ad indicare l’acquisizione di specifiche competenze interpersonali, aumenta la probabilità di poter fare affidamento su forme di supporto sociale nel momento del bisogno.Il successo o l’insuccesso sociale richiama la definizione di competenza sociale che si riferisce all’ottenimento di importanti risultati sociali, quali l’essere accettati e venire giudicati in modo positivo dagli altri. Le abilità sociali, ovvero gli specifici comportamenti verbali e non verbali manifestati dalla persona, sono in grado di influenzare le risposte che si possono ottenere dagli altri e il raggiungimento dei propri desideri. Permettono, inoltre, di evitare conseguenze non volute nella propria sfera sociale. Esse rappresentano, quindi, una condizione fondamentale per lo sviluppo di un’adeguata competenza. La competenza sociale è la capacità di raggiungere i propri obiettivi nelle interazioni sociali, mantenendo simultaneamente buone relazioni con gli altri nel tempo e in situazioni diverse. In linea con questa definizione, nella letteratura statunitense il comportamento socialmente competente viene in genere assimilato a quello assertivo, ossia alla capacità di affermare ciò che si vuole in modo chiaro senza offendere o danneggiare il proprio interlocutore. Agire in questo modo permetterebbe di raggiungere i propri scopi individuali senza compromettere le buone relazioni, pervenendo così al duplice obiettivo, strumentale e interpersonale, della competenza sociale. Le abilità cognitive utilizzate sono quelle relative al problem-solving, ossia alla capacità di identificare e risolvere le situazioni problematiche, tenendo presenti il punto di vista altrui e le conseguenze che seguono ai comportamenti attuati. Nelle interazioni sociali, però, sono anche importanti i processi affettivi come, ad esempio, il modo di reagire alle emozioni e di regolarle, che può influenzare il tipo di comportamento sociale adottato. In questo senso, invece di reagire in modo impulsivo e istintivo nelle situazioni nelle quali si è provocati o minacciati, si può cercare di sviluppare importanti strategie per affrontare le frustrazioni o la paura. Ma esiste l’incompetenza sociale? L’incompetenza sociale può derivare da una difficoltà a riconoscere gli obiettivi propri di una situazione/interazione, ma anche dal fatto di sapere cosa si vuole ottenere, ma di non conoscere le strategie adatte, oppure dall’incapacità di usare queste strategie nei vari contesti. Capire che le abilità sociali sono governate da regole significa saper variare il proprio repertorio comportamentale in base al “dove”, “quando”, “con chi” e non attuare in modo generalizzato un comportamento, prescindendo dalla situazione sociale nella quale si è coinvolti. La psicologa americana Carol Pearson ha elaborato, riprendendo i famosi archetipi già utilizzati dal grande maestro della psicologia Jung, una visione della vita come un “Viaggio“, in cui tutti agiamo comportamenti e meccanismi tipici e riconducibili a dodici archetipi fondamentali che possono essere utilizzati per comprenderci meglio e per comprendere meglio gli altri. Tutti noi portiamo questi meccanismi e comportamenti all’interno di qualsiasi relazione. Per lo psicologo e filosofo Assagioli, padre della “Psicosintesi”, ma ancora prima per Sant’Agostino e San Tomaso d’Aquino, noi siamo costituiti da tante parti, da una molteplicità di aspetti che, se integrata, determina la nostra propria ricchezza. La coordinazione delle varie sub-personalità, di cui gli archetipi possono aiutare a comprenderne la natura, lo scopo, le virtù connesse ed anche gli aspetti negativi, in una unità superiore, in una “psicosintesi” appunto, ci conduce verso la nostra realizzazione in una particolarissima, unica, irripetibile unità o identità. Se si estende poi l’indagine sul comportamento umano fino ad includere gli effetti di tale comportamento, il contesto in cui accade, le reazioni degli altri a questo comportamento, allora il centro dell’interesse si sposta dalla individualità isolata alla relazione tra le parti di un sistema più vasto. Si osservano così manifestazioni proprie della relazione, il cui veicolo è la comunicazione. Così come per la matematica il concetto di funzione è costituito dal rapporto tra le variabili, così in psicologia si parla di relazione, e questo principio è valido anche per ogni percezione, cioè per ogni rapporto che l’uomo ha con la realtà. Da cui si evince l’infinità di situazioni possibili di uno stesso tipo che si possono avere date le differenze di percezione degli individui in relazione alla stessa cosa o evento o persona.Comunicare allora non significa semplicemente raccogliere o inviare informazioni, occorre, oltre al sapere cosa comunicare, imparare come farlo ed essere consapevoli del valore del linguaggio, della parola. Edward Sapir dice: “Tra ogni popolo conosciuto il linguaggio è essenzialmente mezzo compiuto di espressione e comunicazione. E’ lecito ritenere che tra tutti gli aspetti della cultura, il linguaggio sia stato il primo a ricevere forma compiuta e che la sua essenziale perfezione sia il presupposto stesso dell’intero sviluppo culturale”. Usiamo il linguaggio per rappresentare la nostra esperienza e quindi con esso creiamo un modello che si basa sulla nostra propria percezione del mondo. Questo significa che nel parlare, scrivere, discutere, noi, in realtà, stiamo comunicando il nostro modello del mondo agli altri, e gli altri lo stanno comunicando a noi. Attraverso il coaching possiamo migliorare la capacità di utilizzare il nostro linguaggio, la nostra comunicazione, ed imparare ad intregrare il linguaggio verbale con quello non verbale per rendere efficace, empatica e congrua la propria comunicazione, sapendo gestire intelligentemente le proprie zone d’ombra e le proprie emozioni per facilitare la relazione, territorio in cui può nascere, o morire, la comprensione tra le persone.

A presto.

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