il quarto comandamento

aprile 24, 2017

Una delle teorie più validate circa le origini di una dipendenza, di tipo affettivo, o di altre dipendenze nella vita di un adulto, è quella che fonda le sue radici nel rapporto con i genitori durante l’infanzia. Secondo tale teoria, le persone che soffrono di dipendenze, da bambini sono stati trascurati, hanno ricevuto il messaggio che non erano degni di essere amati, che i loro bisogni erano poco importanti, o addirittura costretti a subire disparità tra fratelli. Crescendo, la ferita che deriva da queste situazioni sembra sanarsi, ma in realtà essa permane. La crescita intellettiva ed affettiva di un bambino è strettamente condizionata dalla quantità e dalla qualità degli stimoli ricevuti.Nonostante il sistema nervoso di un neonato sia già programmato per il suo sviluppo umano, le specifiche potenzialità genetiche si attueranno in maniera piena, ricca ed armonica, soltanto se egli avrà ricevuto nei tempi e nei modi opportuni i necessari stimoli tattili, odoriferi, visivi e uditivi sotto forma di parole, carezze, baci,  idee, sorrisi, immagini, giochi e attività psicomotorie. In caso contrario il suo sviluppo cerebrale si attuerà in modo parziale o non corretto.Quando un padre apre le braccia e incita il bambino a fare i primi passi, quando una madre tenendolo sulle ginocchia sfoglia un libro figurato o quando la sera entrambi i genitori raccontano al bambino una favoletta prima di andare a letto, non sono solo un padre o una madre che stimolano la sua crescita, o arricchiscono il suo lessico e la sua fantasia: essi svolgono anche, una funzione relazionale fatta di comunione reciproca, incoraggiamenti, rassicurazioni e dialogo. Quando questa fame affettiva non viene soddisfatta, o soddisfatta parzialmente, lo sviluppo psico-relazionale risentirà di gravi conseguenze. Il  quarto comandamento recita: onora il padre e la madre.  La sua formulazione originaria, cristallizzata nel libro dell’Esodo, lega al suo adempimento la benedizione della longevità: “Onora tuo padre tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio”. L’oggetto proprio e formale di questo comandamento è dunque costituito dai doveri dei figli verso i genitori, ma, secondo la dottrina tradizionale, si estende ad ogni forma di autorità costituita da:(doveri degli alunni verso i docenti, dei cittadini verso lo Stato, dei “sudditi” verso i “superiori”, etc.) Personalmente senza parafrasare l’etimo religioso o moderno del comandamento, preferisco domandarmi: conosco a fondo i miei genitori? Ho scoperto perché si sono comportati cosi? Conosco esattamente la loro storia e da dove vengono? Stando alle scritture, l’onore è qualcosa di più del semplice rispetto, in quanto comporta, a differenza di quest’ultimo, il dovere della gratitudine e dell’ubbidienza. Il rispetto, infine, è dovuto ad ogni creatura umana in quanto tale, anche qui a prescindere dalla bontà o cattiveria morale del destinatario. Questo significa che anche quando la famiglia è assente, o rinuncia all’educazione di un figlio, o non è nelle condizioni tali da poterlo mantenere, anche se il bambino viene istituzionalizzato, con il fine di creare un ambiente sostitutivo e confortevole per saziare la sua fame affettiva, i genitori vanno comunque onorati. Anche se opinabile, resta il fatto che i  problemi che abbiamo vissuto durante l’infanzia predicono come sarà la qualità della nostra vita da adulti. Spesso sentiamo frasi del tipo: “Sono stati i miei genitori! Sono loro che mi hanno educato così! È colpa loro se adesso io sono fatto in questo modo! E’ colpa loro se la mia vita fa schifo! ecc. Il genitore perfetto non esiste. L’ho detto più volte in altri articoli. Se non  accetti la realtà, sarai in guerra con te stesso e con il mondo! Se ritieni che qualcuno sia responsabile dei tuoi fallimenti o della tua sofferenza, comportandoti come  vittima degli eventi, sappi che ti stai creando un pregiudizio sbagliato. Il termine pregiudizio deriva dal latino “praeiudicium”, che si traduce come “giudizio prematuro”. Questo fenomeno consiste dunque nel pregiudicare, giudicare le cose o le persone senza conoscerle. Se diventi consapevole che non sei mai una vittima ma colui che decide, capirai esattamente il ruolo che giochi nel contribuire ai tuoi problemi, e che la soluzione dipende solo da te. Se invece di reagire a ciò che ti accade chiedendoti:“Perché mi stanno facendo questo?” Iniziassi a chiederti: “Cosa sto facendo a me stesso? In che modo posso cambiare le mie reazioni, i miei comportamenti per ottenere un risultato diverso?” allora significherebbe che stai prendendo in mano le redini della tua vita, questo si chiama potere di scelta. Noi siamo responsabili di tutto quello che accade intorno a noi. Con questo non voglio dire che “abbiamo la colpa” di ciò che ci succede. Chi ha “la colpa” ha volontariamente commesso qualcosa con l’intento di provocare certi effetti. Intendo invece dire che abbiamo sempre un ruolo nelle situazioni che viviamo e qualsiasi cosa ci accade nella vita, noi possiamo scegliere come rispondere e come agire. Attraverso le nostre reazioni, siamo la causa delle nostre esperienze. Noi siamo i titolari della nostra vita e attraverso le scelte che facciamo, ne condizioniamo i risultati. I pregiudizi sono estremamente difficili da eliminare, dato che le persone tendono a credere alla loro veridicità. La convinzione che siano reali è ciò che impedisce il cambiamento.Prima di giudicare o fare una critica ad una persona, un genitore, un amico, prendetevi del tempo per conoscerla a fondo, scoprite chi è davvero. Datele un’opportunità di questo tipo, e potreste rimanere piacevolmente sorpresi. Molte volte si impara di più dalle differenze che dalle similitudini.La diversità ci arricchisce come persone.

“Il momento in cui un uomo si interroga sul significato e sul valore della vita, egli è malato, dato che oggettivamente non esiste nessuna delle due cose; col porre questa domanda uno sta semplicemente ammettendo di avere una riserva di libido insoddisfatta provocata da qualcos’altro, una specie di fermentazione che ha condotto alla tristezza e alla depressione.”

Sigmund Freud

A presto.

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2 comments

  1. Salve Matilde
    Il Suo articolo non mi lascia indifferente. Le porto la mia esperienza vissuta e presente. Ho superato il mezzo secolo di vita ed i miei genitori sono scomparsi da ca 15anni. Non mi vengono in mente “braccia aperte” o favolette raccontate da mamma o papa’, ma il loro amore, il loro incoraggiamento me li ritrovo giorno dopo giorno. Ma non mi basta, e Le diro’ di più. Le sfide che affronto non sempre sono facili ma sono inevitabili lungo il mio percorso che certamente e’ articolato, ma cio’ mi rende “vivo” con la giusta determinazione e forza, determinazione e forza che mi danno ancora adesso quando vado a trovarli con la “pretesa” di figlio (bambino) che ha ancora bisogno di loro.
    A breve dovro’ intraprendere un nuovo viaggio, non so le lungo o meno. So per certo che SE ritorno, al mio fianco ci sara’ il vuoto e internamente saro’ devastato.
    Perché parto??
    ……….gli ultimi ultimi abbracci ed incoraggiamenti di mamma e papa’ hanno “staccato” il biglietto.

    Con stima V/P

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