la dura legge del bicchiere mezzo vuoto.

dicembre 23, 2016

«Le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo.» Seneca

Resilienza è un termine preso in prestito dalla scienza dei materiali, dove indica la proprietà che hanno alcuni elementi di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria causata da un impatto. Indica quindi elasticità, la caratteristica cioè di alcuni materiali di assorbire molta energia in caso di urto, in contrapposizione ai materiali rigidi che viceversa in caso di impatto assorbono poca energia. Resilienza non è quindi equivalente a “resistenza”, si può dire anzi che indichi il suo opposto, una “non resistenza” funzionale alla sopravvivenza, un piegarsi senza spezzarsi. A partire dal suo significato originario, il termine resilienza è stato utilizzato come metafora dalle più diverse discipline: per l’informatica è la qualità di un sistema che gli permette di continuare a funzionare correttamente in presenza di guasti a uno o più elementi costitutivi, alle anomalie e alle rotture;è la system resiliency. Per l’ecologia esprime da una parte la capacità di recupero o di rigenerazione di un organismo, dall’altra l’attitudine di un ecosistema a riprendersi più o meno rapidamente da una perturbazione, come nel caso della ricostituzione di una foresta dopo un incendio (resilient community). Per la teoria dei sistemi la resilienza si caratterizza in generale come una forma di omeostasi che permette a un sistema di ritrovare le condizioni di partenza o di mantenere le proprie funzioni iniziali in un ambiente dinamico e mutevole ove interagiscono un numero importante di forze che devono essere mantenute in un equilibrio più o meno instabile. Va peraltro sottolineato come le utilizzazioni metaforiche del termine si differenziano dal significato originario, in quanto non si riferiscono a una materia inerte e semplice ma a sistemi complessi. Anche la Psicologia ha utilizzato il concetto di resilienza come metafora per descrivere la capacità dell’apparato psichico di mantenersi compensato di fronte a gravi esperienze traumatiche. A utilizzarlo per la prima volta è stata la psicologa americana Emmy Werner alla fine degli anni settanta: nel corso di una ricerca longitudinale su bambini delle isole Haway non scolarizzati, senza famiglia e abbandonati alla violenza e alle malattie, pubblicata nel 1982 col titolo Vulnerable but Invincibile a longitudinal study of resilient children and youth, la Werner constatò che a 30 anni ben il 30% di loro era alfabetizzato, lavorava e aveva costituito una famiglia. La novità di tale ricerca fu che, invece di concentrare la propria attenzione sui soggetti piegati dalle avverse condizioni socio-economiche e bisognosi di aiuto, studiò le modalità con le quali un bambino su tre era riuscito, nonostante tutto, a risalire la china e a trovare una forma adeguata di adattamento. Gli psicologi americani operanti nel campo dell’età evolutiva hanno quindi adottato negli anni ‘90 il termine “resiliency” per spiegare e descrivere la capacità dei bambini a resistere a stress anche molto acuti. C’è una buona notizia: ora sappiamo con certezza che gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. E in questo campo sono molto più forti di quanto comunemente si creda. Generazione dopo generazione, l’evoluzione ha modellato i nostri progenitori perché fronteggiassero efficacemente ogni sorta di ostacolo o di problema. Discendiamo da gente che è sopravvissuta a un’infinità di predatori, guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali e che ci ha trasmesso i propri geni.Tutto ciò si può tradurre in un concetto basilare della PNL: “non è ciò che accade che fa la differenza, ma come tu reagisci a fare la differenza”. Le persone che hanno questa caratteristica, o che l’hanno sviluppata vengono descritte come “persone che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti”.La mia definizione personale di resilienza? La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo «persistere» indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a «leggere» gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza. Non è un caso, dunque, che uno studio uscito nel 2002, e che esaminava le caratteristiche psicologiche di 32 atleti statunitensi vincitori di medaglie olimpiche, indichi nella resilienza uno dei requisiti irrinunciabili per l’atleta di alto livello. Addirittura, una ricerca realizzata nel 1995 in Germania da W. Hauser ha dimostrato che i risultati degli atleti nelle gare Ironman si correlano in modo più significativo con le loro caratteristiche psicologiche rispetto a quelle fisiologiche come il «Massimo consumo d’ossigeno»: in altre parole, per andare forte in queste gare, è più importante essere resilienti piuttosto che solo resistenti fisicamente.Diventare psicologicamente più resistenti è possibile. Si può imparare a gestire lo stress. Generalmente non c’è molta consapevolezza di queste possibilità. In parte lo si deve a ragioni esterne a noi stessi. Per esempio è senz’altro più redditizio per la fiorente industria degli antidepressivi puntare sugli effetti delle molecole che ci «aiutano» ad affrontare la vita, piuttosto che favorire lo sviluppo della resilienza nelle persone. Ma non è soltanto, come al solito, colpa dell’«esterno», della società o delle «cattive lobby industriali». Fa comodo anche a noi condividere una visione di noi stessi deboli e inermi sotto i colpi della vita; perché questo ci permette di non impegnarci a fondo, di non prenderci fino in fondo tutte le responsabilità. E, alla fine, ci consente pure di lamentarci. Tutti gli organismi viventi, di fronte agli stimoli ambientali, si adattano o muoiono: gli unici che contemplano una terza possibilità, quella di auto-commiserarsi, sono gli esseri umani. Ci sono caratteristiche che dal punto di vista formativo risultano interessanti e soprattutto permettono di capire, cosa vuol dire possedere o sviluppare tale “abilità”. Una persona resiliente, abbiamo visto che possiede delle caratteristiche particolari: “non si arrende”, di fatti ha una forte motivazione e un focus continuo verso “l’impegno” preso, ossia fissato un obiettivo, fanno di tutto per raggiungerlo, mettendo alla prova  se stesso, ha il pieno “controllo” di se e di come gestire di volta in volta la situazione che vive, che sia a favore o sfavore, sono disposti a ricalcolare il proprio tragitto, mantenendo sempre alta l’attenzione sulla rotta in un continuo “sfidare i propri limiti”, le proprie capacità fisiche (e qui mi ri-collego con lo sport), la loro resistenza mentale, e lo stress che circonda ogni singolo momento del loro viaggio verso la meta stabilita. Allo sport in senso ampio, vi sono casi che descrivono situazioni che provengono dal professionismo di vertice, e altre dallo sport amatoriale. Alcune hanno come protagonisti atleti disabili e sconosciuti, altre atleti molto celebri. Non è scontato che i professionisti siano per forza più resilienti o più bravi a gestire lo stress di persone che fanno sport con il massimo impegno pur avendo un altro lavoro. Anzi, spesso è il contrario. Il professionista mette in gioco molte più cose nello sport, ma vive spesso in un mondo ovattato, dove tutto gira in funzione della possibilità di allenarsi; e dove il resto della vita, con tutti i suoi problemi, è tenuto lontano. A volte chi riesce ad allenarsi coniugando gli impegni di lavoro e familiari ha sviluppato delle capacità fantastiche di gestione dello stress. Non importa a quale disciplina appartenga. Che sia un podista, un nuotatore, un ciclista. Per prima cosa un atleta dovrebbe essere qualcuno costruito per affrontare e reggere le avversità. Visto da questo punto di vista lo sport diventa interessante per molti, anche per chi non è «sportivo». Ci si potrebbe spingere persino a recuperare il concetto di «sport come scuola di vita» senza rischiare il ridicolo: ridicolo in quanto, alla luce di molti fatti di cronaca, attualmente lo sport sembra incarnare della vita solo gli aspetti negativi.Mi rendo conto che si tratta di una visione insolita: di solito si identifica l’atleta con le qualità fisiche, non con quelle mentali. Eppure, alla fine, per la prestazione, gli atteggiamenti contano almeno quanto (e sottolineo «almeno») i muscoli. Le analisi delle prestazioni atletiche di vertice indicano che il successo sportivo è determinato da tre fattori: dalla dotazione genetica, dalla qualità e quantità dell’allenamento e dalle capacità psicologiche. I tre fattori, però, si influenzano vicendevolmente. Occorre molta forza mentale, per esempio, per continuare a lungo ad allenarsi ai livelli di intensità e di carichi di lavoro che lo sport di vertice richiede oggi. Sono gli stessi atleti a confermare l’importanza del fattore mentale nella prestazione. Il fisiologo Jerry Lynch chiese a una dozzina di maratoneti di altissimo livello di indicare quale fosse a loro parere il fattore più importante tra questi quattro: a) capacità genetiche; b) allenamento; c) capacità dell’allenatore; d) atteggiamento mentale. Quasi tutti indicarono il quarto. Un’indagine condotta presso i tecnici della Federazione Italiana Triathlon, dimostra che anche gli allenatori esperti sembrano pensarla allo stesso modo; alla richiesta di indicare quali fossero, a loro parere, i fattori più importanti che un atleta deve possedere per arrivare al massimo livello di eccellenza in uno sport come il triathlon, essi hanno collocato nelle prime due posizioni due componenti di ordine psicologico: «spirito di sacrificio» e «fiducia nelle proprie capacità» Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario. L’Hagakure, il libro segreto dei samurai, paragona le persone a delle barche: è solo quando le acque si fanno agitate che diventa manifesta la differenza tra quelle che tengono il mare e quelle che non ce la fanno. Allo stesso modo, è nel mezzo delle turbolenze sportivo-esistenziali che diventa evidente la differenza tra l’atleta forte in tutti i sensi e quello che invece «ha solo motore».Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti. Reagiamo alle difficoltà (e ci stressiamo) in base a come le «leggiamo» e a come «leggiamo» le nostre capacità di farvi fronte. Questa «lettura» si chiama valutazione cognitiva. Quella che ci fa vedere lo stesso bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.

«La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha di esse.» Epitteto

A presto.

 

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