La paura di non essere all’altezza: sindrome dell’impostore

aprile 12, 2017

Alcuni individui sono convinti di non meritare il proprio successo, nemmeno quando è la conseguenza di un grande impegno. Si chiama sindrome dell’impostore. E’ un modo informale e non tecnico per definire la strana condizione mentale di chi, avendo ottenuto ampi e ripetuti riconoscimenti del proprio valore e una (meritata) dose di successo, di quel successo si sente indegno o immeritevole, e continua a sentirsi così nonostante ogni oggettiva evidenza contraria.  La sindrome dell’impostore è una condizione psicologica che coinvolge moltissime persone e riguarda l’incapacità di interiorizzare i propri successi. Il fatto curioso è che conseguire nuovi risultati positivi, guadagnarsi ulteriori riconoscimenti, far carriera o acquisire nuove conoscenze non sembra migliorare lo stato d’animo, anzi: il senso di inadeguatezza può anche crescere.  La sindrome dell’impostore spesso è collegata con la modalità di vivere il proprio ruolo lavorativo. Una spiegazione parziale potrebbe essere che, man mano che si procede in certi ambiti, diventiamo sempre più coscienti dei limiti delle nostre conoscenze e abilità. Quando è raggiunto un successo lavorativo o professionale, invece di esserne felici e congratularsi con se stessi, la sensazione prevalente è quella di sgradevolezza e di inadeguatezza. Secondo VALERIE YOUNG,  una studiosa che sviluppa programmi professionali su questo argomento, la sindrome dell’impostore è molto più che un semplice caso di insicurezza, più complesso del semplice dissimulare fino a immedesimarsi. Si tratta di una disturbo cronico, ed è relazionato ad un sentimento costante di non meritare quanto ottenuto. Ma la domanda è: non meritare cosa? Ognuno di noi credo sia un essere unico ed irripetibile, come un’impronta digitale, non ne esistono due uguali, quindi perchè dovremmo costringerci a somigliare a questo o a quello o a possedere questo o quello per essere qualcuno? Sarebbe utile concentrarsi unicamente sulla realizzazione di se stessi, liberi da qualsiasi condizionamento esterno.  Antony De Mello, a tale proposito ha scritto un piccolo saggio che vi consiglio di leggere: “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, la morale è che se fai nascere un’aquila in una covata di galline questa non scoprirà mai che sa volare e passerà a terra il resto della sua vita credendo di essere un pollo. Il problema principale della sindrome dell’impostore  sono le convinzioni limitanti.

Ecco quali pensieri prevalenti:

  • “ Se sono stato capace io, possono farcela tutti.”
  • “ Sicuramente si accorgeranno che non valgo molto.”
  • “ Una volta o l’altra si accorgeranno che le mie competenze non sono quelle che pensano.”
  •  “ In realtà fin’ora li ho imbrogliati tutti.”
  •  “ E’ solo questione di fortuna… Niente di più.”

La Sindrome dell’impostore è molto comune

Tutti possiamo esserne vittime. Soffrono della sindrome dell’impostore persone di successo, scrittori, musicisti, attori e professionisti. Questo fenomeno è stato identificato per la prima volta negli anni Ottanta e si è diffuso sempre di più sino ai giorni nostri. Il pensiero di autocritica consolidato nella mente e il senso d’inadeguatezza fanno crescere la convinzione di essere delle persone immeritevoli. Per questo, come è facilmente intuibile, nella persona che consegue risultati positivi sorge la paura di non essere all’altezza delle aspettative o della percezione degli altri, si sente “un impostore”. Per riuscire a superare questa condizione psicologica è necessario scavare più a fondo dentro di noi e nei meccanismi di pensiero depotenzianti della nostra mente. Naturalmente è possibile percepire la sindrome dell’impostore non necessariamente in tutte le situazioni, ma anche in circostanze o aree specifiche. Questo dipende da  quella che lo psicologo Albert Bandura definì autoefficacia percepita, ovvero da quanto abbiamo fiducia nelle nostre capacità e percepiamo di poter controllare le conseguenze delle nostre azioni. Il livello di autoefficacia percepita può essere molto specifico e molto differente a seconda delle vari ambiti della nostra vita. Le giovani donne in carriera studiate dalla Imes e dalla Clance probabilmente potrebbero aver avuto alti livelli di autoefficacia in ruoli che  nell’America degli anni 70 percepivano più tradizionali per il proprio genere, mentre stentavano a riconoscersi la possibilità di aver ottenuto successi in sfere più tradizionalmente “maschili”, proprio grazie alle capacità di controllare e dirigere efficacemente il corso delle proprie azioni anche sul lavoro. Da un lato, dunque, una distorsione cognitiva nella valutazione di sé, dall’altro una propensione più spiccata per alcuni, a “mettere le mani avanti”. Probabilmente un equilibrio fra le due cose può restituirci il senso adeguato e realistico di quello che siamo davvero. Quale trucco, allora, per uscirne? Un modo può essere “auto-premiarsi” per ogni nostro successo, piccolo o grande che sia. O rispondere semplicemente “grazie” a chi ci fa i complimenti, lasciando perdere, per una volta, frasi del tipo “figurati, non era importante”, oppure “ma il merito non è (solo) mio”.

“Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso.”

Erich Fromm

A presto.

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