la squadra non è fatta solo di attaccanti

gennaio 4, 2017

Una squadra non è composta solo da figure in attacco. Non cʼè unʼunica sezione che ha il compito di imporsi su tutte le altre e portare alla vittoria lʼintero team. Tutti concorrono al risultato finale e tutti devono giocare un ruolo che si adatti perfettamente alla meta finale. E tutti gli altri? Nelle aziende la normalità è lʼappagamento di coloro che finalizzano il risultato. I complimenti, le lodi e gli apprezzamenti vanno a quelli che hanno un ruolo di spicco e che riescono a comporre lʼultimo tassello per la vittoria. Sono gli attaccanti, che concretizzano la realizzazione degli obiettivi. In realtà cʼè un enorme lavoro che si trova dietro al goal finale. Pensiamo a una squadra di pallavolo: chi segna il punto grazie a una splendida schiacciata lo fa solo e grazie al suo alzatore, che ha un ruolo primario nella corsa verso il successo. Ma lo stesso alzatore a sua volta, ha bisogno dei compagni che sappiano ricevere la palla nelle file posteriori ed è solo grazie a questo processo a catena che si raggiunge il punto finale. Una squadra non è mai composta unicamente da attaccanti e premiare solo chi effettua il punto finale non rende giustizia al lavoro di gruppo. La parola stessa, “squadra”, riflette un insieme di persone, tutte pronte a concorrere per un unico obiettivo. Tenere in considerazione lʼunione è il punto di partenza per essere un leader di successo, un allenatore capace saprà prendersi cura di tutta la squadra, riconoscendo lʼimpegno e lo sforzo di ognuno.Spostiamo lʼesempio su un altro piano. Immagina di avere un team che lavora in unʼazienda produttrice, ci saranno diversi uffici, ognuno con una mansione diversa. La capacità di segnare ottime vendite sul mercato è solo dellʼaddetto alle vendite? No. Esistono step diversi per ogni processo di avvio alla vendita. C’è lʼufficio di progettazione, quello che guarda agli investimenti, ci sono gli operai che producono e il reparto marketing che propone strategie. Ogni singolo prodotto venduto è frutto di un intero team di lavoro. Ogni persona che si trova a far parte dellʼazienda (quindi della squadra) ha bisogno di sentirsi motivata e gratificata. Lʼesigenza di sentirsi parte dellʼinsieme è un bisogno primordiale, nasce insieme all’uomo stesso, che da secoli instaura rapporti sociali per vivere in gruppo. Cʼè sempre stato un obiettivo di gruppo ed è sempre stato raggiunto da più forze messe insieme. Quando un leader (un buon leader) si trova davanti al momento della gratificazione, non deve esserci dubbio: tutti sono meritevoli di un momento simile e tutti devono sentirsi apprezzati per il proprio lavoro. Fino a non molto tempo fa un’azienda veniva percepita come la somma di tutti i suoi dipendenti, visti come entità singole che lavoravano, ognuna per sé e con il suo compito, allo scopo ultimo dell’azienda. Un lavoro di squadra era richiesto solo in casi eccezionali, quando era evidente che un singolo essere umano non avrebbe avuto le capacità o il tempo per svolgere il lavoro.“Lʼunione fa la forza” è un detto molto utilizzato. Credi che lo sia in maniera casuale? Perché questi gruppi funzionino e siano produttivi è fondamentale che tra i membri, si sia instaurato un rapporto umano, che prevede innanzitutto una buona dose di fiducia reciproca. Lavorare in team, però, non è una dote naturale che tutti possiedono. L’essere umano è per sua natura, individualista, e portato a sfruttare gli altri più che a collaborare con loro. Credere in un altro essere umano, e affidargli parte del nostro successo personale, è qualcosa che va imparato. La paura di essere gli unici del gruppo a faticare, e che ci sia poi qualcun altro che si prenderà il merito, è un altro cattivo sentimento che ostacola l’affiatamento.  Il ruolo del leader in un gruppo è di capitale importanza, perché senza un leader che gestisca i talenti individuali non si raggiungerà nessun risultato. Per capire meglio questi concetti vi propongo di seguito i cinque punti cardine del pensiero dell’allenatore di Fusignano Arrigo Sacchi,  definito “Signor Nessuno” dalla stampa nazionale,  eletto dal Time nel 2007 come “il miglior allenatore italiano di tutti i tempi”.    

1) Sognare in grande

Dobbiamo smetterla di considerare la furbizia una virtù e l’arrangiarsi un’arte: il perfezionismo deve battere il nostro pressappochismo radicato.” Sognare non costa nulla, quante volte ce lo siamo ripetuti? Eppure il sogno come lo intende Arrigo Sacchi non è una vaga speranza che finiamo col riporre in qualche cassetto. Il sogno deve essere il tuo obiettivo, non importa quanto grande sia. Bisogna pensare a sogni ed obiettivi come sinonimi, cioè prima di tutto è necessario iniziare noi stessi a pensare di potercela fare, ad avere se non altro il coraggio di tentare. Ed occorre anche non spaventarsi e tornare indietro alle prime difficoltà: infatti, tanto più puntiamo in alto, tanto più è probabile che all’inizio dovremo affrontare delle difficoltà. Se stiamo cercando di costruire un grattacielo e gli altri una capanna non dobbiamo perderci d’animo, perché sappiamo che solo con un solido lavoro iniziale potremmo arrivare in alto, mentre gli altri pur beneficiando di una capanna nell’immediato non andranno oltre e non saranno certo in grado di costruire qualcosa di grande senza un adeguato lavoro iniziale. E per raggiungere obiettivi elevati bisogna smettere di demonizzare il perfezionismo come una mania, quasi come una forma di nevrosi. La perfezione si accompagna all’eccellenza delle nostre azioni.

2) La squadra migliora il singolo

Mister, ma perché mi tratti come tutti gli altri?” (Marco Van Basten ad Arrigo Sacchi)

È proprio questa la direzione di causa effetto; poi è vero anche il contrario ovviamente. Nel calcio come nella vita avere dei singoli talenti è importante, ma senza la loro partecipazione alla visione di insieme non si possono fare molti passi in avanti. Se le cose andranno male il solista si salverà sempre, ma la squadra non riuscirà mai a vincere e, a meno che il vostro lavoro implichi la totale alienazione dagli altri, è per la squadra che dovete tifare, non per il singolo. Per questo Van Basten era trattato come tutti gli altri in quel Milan passato alla storia. Le regole devono essere uguali per tutti; quello che può cambiare è il compenso individuale. Solo trattando tutti come pari si riuscirà a creare un vero spirito di gruppo.

3) Non adagiarsi sugli allori

Mister siamo i più forti del mondo!”

“Sì, siamo i più forti del mondo fino a mezzanotte. Domani si ricomincia.” (Dialogo tra Mauro Tassotti ed Arrigo Sacchi dopo la conquista della Coppa Intercontinentale)

Sentirsi arrivati è una bellissima sensazione, ma come tutte le sensazioni piacevoli può dare assuefazione e produrre risultati disastrosi. Non bisogna pensare a quanta strada abbiamo già fatto, ma a quanta ce n’è ancora da fare. Nell’ascesa verso il successo conta solo il prossimo scalino. Questa stato di insoddisfazione “controllata”, questo fare di ogni traguardo un nuovo punto di partenza e una nuova sfida, oltre a darci sempre nuovi stimoli, può portarci a raggiungere obiettivi che fino a ieri credevamo irraggiungibili. La motivazione è come la forza: non è mai uguale per nessuno. Ma come la forza, anche la motivazione può essere allenata, e il modo più efficace per farlo è non adagiarsi troppo sugli allori.

4) Il successo è un accessorio della passione

Ero sempre in difficoltà con i contratti, perché farmi pagare per una cosa che mi piaceva cosi tanto mi pareva troppo…”

Se si vuole ottenere il massimo da quello che si fa bisogna metterci passione, altrimenti si spreca non solo il nostro tempo ma anche quello delle persone che abbiamo intorno. Se percepiamo il nostro lavoro come un obbligo non potremo mai arrivare all’eccellenza, che invece richiede dedizione e attenzione. Dall’altro lato, quando mettiamo passione in quello che facciamo, il successo passerà automaticamente in secondo piano. Non ci porremmo più il problema del traguardo, ma ci appagheremo della corsa. Per cui non chiedete ai vostri collaboratori di vincere o di arrivare ad un certo traguardo: chiedetegli il massimo dell’impegno. Viviamo poco di valori, ma quando si tratta di fare il miglio in più, state pur certi che a fare la differenza tra chi riesce e chi non sarà una vision, un ideale, e non un extra in busta paga.

5) Non temere la novità

È stato il più grande rivoluzionario del calcio mondiale.” (Zvonimir Boban su Arrigo Sacchi)

Non abbiate paura di essere la novità, nemmeno in un Paese apparentemente per vecchi. Anche se all’inizio tutti vi andranno contro: è normale, ciascuno tutela il proprio sapere. Se voi proponete qualcosa di destabilizzante, inevitabilmente cercheranno di screditarvi. Per abbracciare il rinnovamento non dovete aver paura di dare una possibilità ha chi ha già in sé il seme del rinnovamento, e cioè i giovani. Circondatevi di uno staff che vi stimoli. Non fatevi rassicurare da persone con idee simili alle vostre, ma da persone con capacità straordinarie. E, soprattutto, non ancoratevi a vecchi stilemi, fatene tesoro ma gettate il vostro sguardo quanto più lontano possibile.

Il lavoro di squadra è la capacità di lavorare insieme verso una visione comune. La capacità di dirigere la realizzazione individuale verso degli obiettivi organizzati. E’ il carburante che permette a persone comuni di raggiungere risultati non comuni.
(Andrew Carnegie)

A presto.

Condividi:

Facebook
Google+
http://www.matildebuonanno.it/blog/la-squadra-non-e-fatta-solo-di-attaccanti/
Twitter
LinkedIn
Instagram

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *