le 13 regole della motivazione

febbraio 28, 2017

Uno dei temi più trattati dalla psicologia è la motivazione. Questo tema sta assumendo, oggi, un peso sempre più rilevante nella formazione e nella gestione delle risorse umane, e la sua importanza cresce sempre più in funzione dell’accelerarsi del processo di terziarizzazione dell’economia italiana. Premetto che di solito evito di parlare di trucchi, segreti o regolette, quando si parla di tematiche legate alla personalità ma, in questa occasione mi sembrava utile stabilire dei punti chiave sui quali focalizzare la tua attenzione . Per questo ho deciso di pubblicare queste riflessioni sotto forma di piccole pillole. È bene imparare a limitare il consumo eccessivo di informazioni. Sarebbe un controsenso se, per imparare a gestire meglio le proprie risorse umane, si dovessero sacrificare giornate preziose di lavoro solo per leggere montagne di pagine sulle teorie della motivazione. Oggi l’attuale congiuntura economica chiede a tutti noi di fare di più con meno risorse di quanto non accadeva anni fa. E poi, a noi italiani non piace leggere troppo! A Napoli quando un libro è troppo voluminoso lo chiamiamo “susamiello” (nome di un dolce natalizio particolarmente impegnativo per la digestione). Questo report, come avrai modo di constatare tu stesso non è un susamiello anzi, si digerisce in fretta. In queste pagine quindi trovi solo il succo delle migliori tecniche di motivazione del personale, solo l’essenziale per sviluppare competenze di successo. In questo articolo il tema della motivazione non viene affrontato dal punto di vista del comportamento individuale cioè “cos’è che ci motiva al lavoro” ma dal punto di vista di chi deve gestire una squadra quindi “come fare a motivare la propria squadra di lavoro a dare il massimo?” in un periodo di incertezza come quello in cui oggi viviamo, e a superare la dicotomia tra obiettivi personali e obiettivi dell’azienda.

Avvertenza

Prima di cominciare è bene che sia sincera con te. Mi stai dando fiducia dedicando il tuo tempo a leggere il mio articolo e quindi è giusto che anche io ti parli con onestà. Ci sono tantissimi sistemi per “motivare le persone”. Tantissimi sono gli autori che hanno scritto di Motivazione e gestione delle risorse umane. Puoi leggere tutti i libri di questo mondo ma, è bene che tu sappia, che non esiste nessun sistema capace di lavorare al posto tuo! Credimi te lo dico per esperienza puoi spendere tutti i soldi che vuoi ma, nessun libro, nessun sistema, nessun corso, nessun foglio excel, grafico o quant’altro, lavoreranno al posto tuo. Probabilmente mentre leggerai i miei “13 segreti per Motivare il Tuo Team” ti soffermerai su alcune di questi pensando: “ehi ma io questa la conosco già! É una banalità! Bene! Complimenti per te ma stai applicando questo principio nella tua vita quotidiana? Sei costante nell’applicazione? Se é una banalità perché non è diventata una competenza acquisita? Cogli l’occasione per capire quanto e in che modo questo consiglio, una volta applicato, potrebbe portare beneficio alla tua vita e in che modo potresti cominciare ad inserirlo come una nuova sana abitudine nella tua vita, da manager. La Motivazione è la leva competitiva dei nostri giorni! Su un mercato del lavoro, sempre più competitivo e flessibile, così come quello che si è strutturato in questi ultimi anni, la motivazione dei propri collaboratori è diventata una variabile strategica per l’impresa, in quanto può fare realmente la differenza fra raggiungere o mancare gli obiettivi di performance prestabiliti. Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso di ogni organizzazione e possono, inoltre, essere una notevole fonte di vantaggio competitivo. In questo tempo, alle aziende italiane viene chiesto molto di più che produrre semplici prodotti fisici standardizzati. Oggi si chiede di essere flessibili, offrire servizi, rispondere ai bisogni sempre nuovi della clientela, ridurre i costi, aumentare le opportunità, migliorare l’esperienza d’uso etc etc. Di conseguenza anche al lavoratore oggi non è chiesto più soltanto di eseguire semplici e ripetitivi compiti manuali ma, di approcciare quello che fa con intelligenza creatività, dedizione, e questo tipo di richieste vengono formulate a tutti i livelli. Non c’è quasi nessuna qualifica professionale che sia esonerata da questo generale aumento delle aspettative. In altre parole oggi, tutti i lavoratori devono fare molto di più, di quello che facevano un tempo ma, con minori risorse. Il sogno di ogni imprenditore, e di ogni coordinatore di risorse umane, è quello di trovare collaboratori auto-motivati che lavorino coscienziosamente, con assiduità, che desiderano esprimere al meglio il proprio potenziale nel contesto organizzato al quale appartengono. L’esperienza quotidiana tuttavia, ci fa notare che nella realtà esistono diverse tipologie di lavoratori.

Per semplificare li ho suddivisi in tre categorie :

Ci sono degli individui che nello svolgere le proprie mansioni si applicano il minimo indispensabile, arrivano spesso tardi in ufficio, non rispettano le scadenze e riescono raramente a portare a termine i propri compiti e trovano sempre molte giustificazioni ai propri fallimenti. All’opposto ci sono poi persone che, in tutti i progetti si applichino e cercano di dare il massimo, lavorano tanto, spesso trattenendosi in ufficio oltre l’orario di lavoro e accolgono i nuovi incarichi con entusiasmo, sono ambiziosi, e mossi da una spinta a fare sempre meglio. Ci sono, infine, gli individui che mercanteggiano in continuazione, ad ogni nuovo incarico cercano di capire cosa possono guadagnare di più in termini di tempo e di danaro, che rimandano continuamente le scadenze perché cercano di accaparrarsi quanti più lavori possibili.

La motivazione è quello che fa realmente la differenza tra tutti questi tipi di lavoratoriMa cos’è, esattamente, la motivazione?

Essa può essere definita come: ciò che spiega l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo (De Beni e Moè, 2000). Il termine motivazione deriva letteralmente da Motivo-azione, cioè il “Motivo” che ci spinge a compiere una determinata “Azione”. In altre parole è l’insieme degli scopi che spingono una persona ad agire e a mettere in atto un comportamento in direzione degli obiettivi da raggiungere. Per molto tempo si è creduto anche erroneamente che per ottenere il massimo da un collaboratore bastasse condizionare l’elargizione di premi o eventuali punizioni alla qualità dei risultati prodotti. E così per anni si sono organizzate le politiche motivazionali attraverso strumenti quali stipendio (Valore materiale) e Carriera (riconoscimento sociale all’interno dell’organizzazione ). Effettivamente, l’abilità di riconoscere queste leve può consentire all’imprenditore accorto di attivare, talvolta, risorse insperate nel proprio collaboratore. Tuttavia, al giorno d’oggi sempre più spesso questo non è sufficiente ad assicurare l’assiduità e la continuità, negli anni, del livello di prestazione desiderato. In primis la motivazione è un fattore essenzialmente soggettivo: ognuno di noi è motivato da fattori differenti. Essere motivati al lavoro significa svegliarsi felici per l’inizio di una nuova giornata lavorativa, non sentirsi stanchi ed essere sempre alla ricerca di nuovi traguardi. Alcune persone sono più attratte dal denaro, altri dalla sensazione di essere considerati i migliori, di essere riconosciuti nel proprio ruolo, altri ancora dalla sfida materiale con gli avversari, o dall’opportunità di esprimere la propria creatività. Inoltre, bisogna considerare che non sempre gli obiettivi del lavoratore coincidono con gli obiettivi del gruppo. O meglio spesso il lavoratore percepisce una dicotomia una contrapposizione tra i propri obiettivi personale e gli obiettivi dell’azienda nel suo complesso.

Il problema della motivazione è questione di obiettivi

La questione che vorrei porre in questo articolo non è tanto quella di spiegare “cosa motiva le persone al lavoro” (di cui tra l’altro internet è piena di post con rispettive risposte) quanto piuttosto quella di offrire una piccola risposta alla domanda : “come allineare gli obiettivi del lavoratore agli obiettivi dell’organizzazione?“ Spesso la mancanza di motivazione non è legata alle politiche degli incentivi (“faccio un lavoro che mi da lo stipendio migliore”) e nemmeno alle caratteristiche specifiche del ruolo professionale di un singolo lavoratore (“faccio un lavoro che mi piace con il quale esprimo me stesso”) quanto piuttosto ad alla percezione di una dicotomia, una contrapposizione tra gli obiettivi dell’azienda e gli obiettivi del lavoratore (“mi conviene legare il mio futuro professionale a questa squadra”). Del resto viviamo un periodo di incertezza sul mercato, è facile che si manifesti nel lavoratore il dubbio sull’affidabilità nel medio e nel lungo termine dell’azienda con la quale collabora. Molti studiosi di organizzazione negli anni ottanta già avevano notato che i dipendenti delle aziende non competevano tra loro per lo stipendio migliore ma per il “Posto” cioè per il ruolo professionale nel quale erano coinvolti. Il “Posto” influiva nel medio termine sulle prospettive di carriera svolte anche in contesti professionali differenti. Quindi un lavoratore che diventava assistente al direttore del personale nell’azienda X.spa poteva ambire a diventare anche direttore del personale presso l’azienda Y.spa rivendendosi il “titolo del ruolo professionale” che aveva svolto. Quindi, negli anni ’70 e ’80 era diffusa la convinzione che lavorare in grandi strutture in ruoli particolari del management garantisse il successo professionale perpetuo. Il “percorso di carriera” era lo strumento principale sul quale fare leva per stimolare la motivazione nel personale. Ma oggi quante sono le aziende che riescono ad operare nello stesso modo? Ben poche direi! anzi nessuna. Non c’è nessuna azienda che garantisce un percorso lineare e progressivo di crescita. C’è da dire di più! Negli ultimi anni sono sempre di più quelle aziende che hanno dimostrato di non essere capaci nemmeno di garantire una continuità lavorativa. Non sono poche le aziende che con la crisi hanno espulso personale anche a livello manageriale. Nel 2009 si è stimato che oltre 10.000 quadri e dirigenti hanno perso il proprio posto di lavoro nella sola Lombardia. La domande che oggi si pongono sempre più spesso i lavoratori sono e che influiscono sul livello di motivazione sono : “mi conviene dedicare gran parte delle mie risorse per partecipare a questa squadra?” e ancora “se faccio oggi un sacrificio e investo risorse emotive, psicologiche e formative in questa esperienza, in questo percorso professionale, questa azienda farà lo stesso con me nel momento del bisogno o non scapperanno tutti al richiamo del si salvi chi può?” e ancora dubbi del tipo: “mi conviene di più passare il mio tempo libero per perfezionarmi nel ruolo che mi viene proposto dall’azienda o investire il mio tempo per dedicarmi ad una seconda attività, o fare semmai un lavoro a nero o a vendere qualcosa su internet? In fondo io sono solo uno dei tanti dipendenti di una azienda che non è la mia”. Questa è la dicotomia a cui faccio riferimento, una contrapposizione di obiettivi tra lavoratore e azienda. Mentre l’azienda cerca di produrre risultati un po’ per tutti i soggetti coinvolti e interessati il lavoratore pensa a salvare se stesso. Ripeto questa contrapposizione prima era risolta con una serie di strumenti (la carriera, i benefit, i posti e gli stipendi) che oggi sembrano essere inefficaci proprio a causa dell’incertezza del mercato. Molti manager, sbagliando rispondono a questa ansia proponendosi come immuni dal problema :“non ti preoccupare questo posto e sicuro siamo una grande azienda, noi facciamo 5.000 (10.000, 100.000 dipendenti)” ma, a mio personale giudizio queste sono risposte vecchie che hanno fatto il loro tempo. E’ sotto gli occhi di tutti come grandi molte grandi aziende continuino a espellere personale. C’è bisogno di risposte nuove a domande nuove. Per un manager, quindi, oggi diventa molto importante sviluppare la capacità di comunicare al collaboratore che si è tutti dalla stessa parte e che quella esperienza lavorativa sarà comunque funzionale alla crescita professionale e personale dell’individuo. L’ansia del collaboratore nei confronti dell’incertezza nel futuro può essere curata soltanto comunicando due cose: spirito di squadra e crescita personale:

  • spirito di squadra: “è vero viviamo nell’incertezza ma in questa avventura non sei solo, siamo una squadra un gruppo che affronta insieme questo periodo minaccioso” e ancora
  • crescita personale: “comunque vada anche nel caso in cui non lavorerai più con noi, avrai comunque accumulato tanta esperienza e sarai notevolmente cresciuto professionalemente

Per un manager, quindi, diventa molto importante conoscere alcuni aspetti del comportamento umano, e sviluppare una buona comunicazione in termini motivazionali. Ecco quindi una serie di piccoli segreti/abilità che devono essere sviluppate da parte di un manager per motivare il proprio gruppo, e per far sentire partecipe il lavoratore della stessa avventura.

Le regole della Motivazione del proprio Team

  1. Dai sempre un feedback

Il Feedback è il processo attraverso il quale si forniscono informazioni di ritorno derivanti dal un comportamento o una azione. Gli esseri umani desiderano ardentemente avere un riscontro alle loro azioni. È una caratteristica innata nel genere umano. Ogni genitore lo sa se di prova a ignorare un bambino di tre anni questo cercherà di ottenere attenzione in molti modi differenti, ma se si continuerà a trascurarlo, presto si metterà a piangere o romperà qualcosa, perché qualsiasi tipo di feedback, anche quello negativo, è meglio dell’assenza totale di feedback. L’assenza totale di feedback porta all’apatia. Un bambino, che quando piange non riceve alcuna risposta, presto smetterà di piangere e lentamente si intristirà sempre di più, perdendo la voglia di fare qualunque cosa, anche di giocare e di mangiare. È stato dimostrato che i bambini quando sono continuamente ignorati smettono di nutrirsi. Alcuni pensano che questo principio si applichi soltanto ai bambini, ma in realtà vale ancor di più per gli adulti. I tuoi collaboratori non sono diversi! Se tronchi il feedback, le loro menti ne elaboreranno uno personale, spesso basato sulle loro peggiori, ansie, paure e angosce; e così inizieranno a fantasticare “non mi ha detto nulla perché ce l’ha con me” o peggio “non ci dice niente perché siamo in crisi già sta pensando a come mandarci a casa” . Inoltre, considera che gli esseri umani bramano un feedback reale basato su dati concreti, non semplici commenti condiscendenti e tranquillizzanti “non ti preoccupare sei bravo quello che fai va sempre bene”. I buoni risultati richiedono un feedback continuo e, se si pretende il massimo dai collaboratori, si deve per forza essere aggiornatissimi sui numeri e su quello che significano. I migliori motivatori fanno i compiti a casa e sanno sempre qual è la realtà dei fatti, e ne rendono sempre partecipi i loro collaboratori. Pensa di essere un allenatore di un grande campione di corsa. Quando fai fare un giro di campo al tuo campione lo misuri con il cronometro e cosa gli dici ? : “hai fatto 2 decimi in meno bravo” oppure in maniera superficiale “guagliò sei bravo non ti preoccupa”.

  1. Impara ad essere di esempio

Sei stato in libreria negli ultimi dieci anni? Hai notato quanti sono i libri scritti dai cosiddetti “Veri guru”? Il guru del marketing, il guru dello sviluppo personale, il guru del web marketing, il guru del neuromarketing, il guru del self brand, il guru della finanza e chi più ne ha più ne metta. Viviamo il periodo del GURU-ISMO . Sai perché? In un momento di incertezza come quello in cui viviamo le persone sono alla continua ricerca di esempi da seguire, sono alla ricerca di qualcuno che ha già fatto quella esperienza, l’ha fatta bene e ha vinto. Niente è più motivante che un esempio concreto di successo da seguire alla portata di mano. Se vedo che una persona più o meno simile a me, che ha avuto successo lavorando, mi convincerò che posso averlo anche io. Quando sei in prima linea e risolvi i problemi da solo, stimoli gli altri a fare lo stesso; quando fai le cose che vorresti facessero loro, li ispiri. Cerca quindi di essere una fonte di ispirazione. I tuoi collaboratori preferiscono essere ispirati piuttosto che rimproverati o corretti, e lo preferiscono a qualsiasi altra cosa. Questo perché oggi tutti siamo alla ricerca di un orientamento personale. Tutti siamo alla ricerca di modelli da seguire. “Che indirizzo diamo alla nostra vita?” Questa è una delle grandi domande che si pongono i tuoi collaboratori tutti i giorni. In termini di motivazione, essere di esempio ha un impatto maggiore e più duraturo rispetto a qualsiasi altra tecnica e questo cambia le persone in modo più profondo e più completo. Essere di esempio ha un potere enorme sugli altri in quanto stimola tutta una serie di meccanismi psicologici dell’apprendimento (di cui forse ti parlerò in un altro report) Quindi cerca di essere quello che vorresti vedere realizzato negli altri. Se vuoi che i tuoi collaboratori siano più positivi, sii più positivo; Se vuoi che siano più fieri di quello che fanno, sii più orgoglioso del tuo lavoro. Mostra loro come si fa.

  • Vuoi che abbiano un bell’aspetto e che vestano in modo professionale? Fallo tu per primo.
  • Vuoi che arrivino in orario? Arriva sempre in anticipo (e spiega il perché… Chiarisci che cosa significa la puntualità per te, non per loro).
  1. Dici sempre la verità

I grandi leader hanno tutti la stessa abitudine: dicono la verità senza esitare, a differenza di tanti altri manager inefficaci. La verità del resto è difficile da nascondere. Chiunque ha studiato un po di comunicazione o un po’ di PNL sa bene che le bugie non sfuggono ad un osservatore attento. Se nascondi qualcosa ai tuoi collaboratori prima o poi si accorgeranno che non sei sincero e penseranno al peggio. Se ne accorgeranno dall’espressione del tuo viso, da come cammini, da come stai seduto sulla sedia e da tantissimi altri piccoli elementi di comunicazione non verbale. Meglio è comunicare sempre le informazioni anche quando sono negative. Poi semmai si cerca di enfatizzarne gli aspetti positivi per rendere meno amara la percezione della pillola. I grandi venditori e tutti i leader che ottengono performance migliori dal proprio team e hanno il maggiore successo professionale, sono persone che danno molto ai propri interlocutori. Si mantengono sempre in contatto con il loro potere di fare di più, offrendo ai loro committenti interni ed esterni diversi tipi di vantaggi (informazioni utili, offerte di servizi, rispetto per i loro tempi, supporto ai loro successi, conversazioni amichevoli, ringraziamenti sinceri, notizie in esclusiva), dando, dando, dando tutto il giorno, mettendo sempre i desideri e i bisogni del cliente al primo posto. Fanno sempre le domande più opportune e ascoltano sempre più attentamente di chiunque altro. Man mano che questo tipo di impegno aumenta e si allarga e, grazie a una comunicazione creativa e in continuo sviluppo, ogni cliente è fatto oggetto di questi privilegi, il venditore diventa un vero esperto di psicologia del cliente e del comportamento d’acquisto. E quel venditore comprende che un livello di abilità professionale così vertiginosamente alto può essere acquisito solamente attraverso una potente interazione basata sul vantaggio reciproco!

  1. Non perdere mai di vista il risultato

Ricorda sempre che il tempo che dedichi ad aiutare un collaboratore di per se già produttivo aumenta la produzione del tuo team in misura maggiore rispetto al tempo che passi ad aiutare un lavoratore improduttivo. I manager devono semplificare, semplificare, semplificare. Non devono fare quello che fanno di solito: complicare, occuparsi di più cose contemporaneamente e ancora complicare. Rendi le cose più semplici possibile per gli improduttivi, concentrandoti soltanto sui risultati. Passa sempre più tempo con le persone produttive, che sono alla ricerca di quel mordente in più che possono ricevere solo da te. Gli improduttivi, invece, devono imparare una grande lezione da te: ogni giorno possono rendersi conto che la loro improduttività è la conseguenza diretta della loro volontà (o mancanza di volontà) di raggiungere un determinato risultato. Concentrati sui risultati. Conquisterai sempre ciò per cui ti impegni intensamente. Se ti concentri soltanto sulle attività, ecco cosa otterrai: un mucchio di attività. Ma se ti focalizzi sui risultati, allora otterrai un mucchio di risultati


  1. Sii consapevoli della tua comunicazione

Comunica consapevolmente. Sii conscio dell’effetto delle tue parole. Viviamo nell’era dell’informazione. I tuoi collaboratori usano la mente in modo creativo e produttivo tutto il giorno. E tutti usano la comunicazione per guadagnarsi da vivere. Oggi, più che in passato, la comunicazione è la nostra linfa vitale, ed è la linfa vitale di ogni organizzazione. Tuttavia, diverse aziende affidano ancora gran parte della loro comunicazione al caso, al “buon senso”, o a vecchie tradizioni che non sono più adatte a mantenere un buon livello di informazione che coinvolga tutti quanti nelle strategie. La comunicazione è la fonte della fiducia e del rispetto all’interno di ogni tipo di organizzazione, oltre ad essere una importante leva per la motivazione del proprio team, quindi si deve giocare a carte scoperte il più spesso possibile. Quando accresciamo la nostra consapevolezza riguardo all’importanza della comunicazione, questa viene potenziata. Quando ci prendiamo la piena responsabilità del modo in cui comunichiamo, l’organizzazione viene potenziata.

  1. Attribuisci la corretta importanza al linguaggio

Le parole significano cose; le parole che formano pensieri e creano cose. Le parole danno inizio alle cose: cambia un’unica parola in quello che stai dicendo e potrai terrorizzare un bambino. Una parola spaventosa può far piangere e tremare un bambino. Usane un’altra e il bambino tornerà felice. Le parole comunicano scenari, energia, emozioni, possibilità e paure. Un debito a seguito di un investimento che non sta dando immediatamente i risultati sperati può essere comunicato in due modi : “siamo rovinati, siamo pieni di debiti, non c’è un soldo” oppure “stringiamo i denti per essere realmente tutti più forti e ottenere quello che ci eravamo prefissati”. La leadership si basa sulla volontà personale e interiore. È vivere una vita incentrata sulla chiarezza dello scopo. Il vittimismo non è basato sulla volontà, ma sul percepire se stessi come vittime delle circostanze e delle opinioni altrui. La vittima è sempre ossessionata da quello che pensano gli altri. Essere ossessionati tutto il giorno dalle opinioni degli altri è il modo più veloce per perdere l’entusiasmo per la vita. È il modo più veloce per perdere quell’energia fondamentale che ti permette di fare tutto ciò di cui vai orgoglioso. Avrai notato che i bambini non sembrano avere questa preoccupazione: per la maggior parte, quando stanno facendo qualcosa che li diverte molto, sembrano dimenticare che qualcuno li sta osservando e dimenticano persino tutto il mondo esterno. Sono completamente coinvolti. I grandi leader fanno la stessa cosa.

  1. Non smettere mai di imparare 

Il cambiamento spaventa tutti! La notizia del cambiamento spaventerà i tuoi collaboratori nella stressa misura in cui spaventa te. Quindi un altro modo per costruire la tua forza interiore come leader è aumentare la tua consapevolezza di cos’è la vita e di come funziona il mondo, e di come funziona l’ambiente del lavoro. Più ne sarai conscio, migliore sarai come leader, più padroneggerai l’arte della motivazione del tuo team. Un tempo i leader erano diretti da altri leader, i manager: da altri manager, e non c’era molto spazio per muoversi in mezzo. Adesso, però, le cose sono così complesse e in continuo mutamento che è come sospendere ogni volta la partita al fischio di inizio invece di giocare regolarmente. La vita è cambiata profondamente e continuerà a cambiare ancora più velocemente con il passare del tempo. Questa è una buona notizia per un leader che si impegna a esserne sempre più consapevole. Per questo non interrompere la tua curva di apprendimento e dimostra ai tuoi collaboratori che continui a imparare. Non avere sempre quell’atteggiamento da “signor so tutto”. Fai vedere che in te ci sono “lavori in corso”: sarà più facile, per loro, sottoporti buone idee. I manager, per la maggior parte, sono così insicuri nel loro ruolo, che cercano continuamente di far vedere che sanno tutto. Non partecipano mai ai seminari e disprezzano i libri di teoria del management, ma questo atteggiamento demoralizza i loro subordinati. Tutti possiamo imparare qualcosa di nuovo, ogni giorno, sulla nostra professione. Poco a poco possiamo incrementare le nostre conoscenze di base, aumentando la nostra competenza professionale e la nostra capacità di aiutare gli altri. La felicità è crescita, siamo felici quando cresciamo. E la gente felice motiva meglio di quella infelice.

  1. Esercita la leadership

La leadership è un’abilità, come il giardinaggio, giocare a scacchi o ai videogiochi. Può essere insegnata e può essere imparata a qualsiasi età, se ci si impegna. Le aziende possono far diventare leader i loro dirigenti. Ma se ciò è possibile, perché non tutte le aziende lo fanno? Per la maggior parte non sanno neanche che cosa sia un leader, non leggono libri sulla leadership, non partecipano a seminari sull’argomento e non fanno riunioni in cui si discute e si sviscera il problema. Pertanto non sono in grado di definire la leadership, ed è difficile incoraggiarla o coltivarla se non si sa delineare che cos’è. Il rimedio sta nel capire che cos’è un buon leader. Le persone non possono essere motivate da gente che non grado di capire che cos’è la vera leadership e nemmeno riesce a immaginarselo! Essere Leader vuol dire essere capaci di vedere oltre! Una metafora che io spesso uso in aula per spiegare la differenza che intercorre tra leadership e management è questa : Pensa alla tua azienda come ad un sommergibile appena immerso a pelo d’acqua. Il capitano che guarda con il cannocchiale che spunta fuori dall’acqua e vede l’orizzonte e la presenza di eventuali nemici è “Il vero Leader”. Il macchinista che fa muovere i motori è il “manager”.

  1. Impara che la vita è un gioco

Completa la frase seguente con la prima parola che ti viene in mente: “La vita è….”.

Cosa ti è venuto in mente per prima cosa?

In un campione di manager di medio livello, la risposta più comune è stata: “La vita è una battaglia”. Invece, in un vero leader, è stata: “La vita è un gioco”.

Quale versione della vita sceglieresti, se ne avessi la possibilità?

Per essere il miglior motivatore possibile devi dimostrare ai tuoi collaboratori che sono accanto a te, che la vita è un gioco. Cosa rende qualsiasi attività un gioco? Deve esserci un modo per calcolare i punteggi, per dire alle persone che stanno vincendo o perdendo, e il risultato non deve avere alcuna importanza. Allora diventa puro divertimento.Anche se in questo gioco si possono vincere diversi premi, deve essere chiaro che si gioca per il puro piacere di farlo. Lavorano per il piacere di farlo . Non lo fanno per te non lo fanno per l’azienda, non lo fanno per la loro famiglia ma, lo fanno per loro! Come dico nei miei corsi di motivazione lo fai per te e non solo per te! ma lo fai innanzitutto per TE!

  1. Impara a Sperimentare e spingi a far Sperimentare

Per quanto possa sembrare difficile incoraggiare la gente a cambiare, ci si può sempre provare; basta tenere presente il fatto che le persone da un lato preferiscono non cambiare, ma dall’altro adorano sperimentare. Infatti, si fanno continuamente esperimenti, per scoprire cosa funziona meglio per i dipendenti, gli affari e gli acquirenti. I dirigenti, semplicemente, dicono ai loro team: “Vediamo se, con questo esperimento, le cose funzioneranno meglio per noi e per i nostri clienti. Se sarà così, bene, continueremo su questa strada. Se non funzionerà, cambieremo direzione“. Se continuerai a monitorare il feedback dei tuoi collaboratori, scoprirai che la cosiddetta resistenza al cambiamento finirà per scomparire; e scoprirai anche che i tuoi dipendenti sono in grado di apprezzare davvero un esperimento ben condotto, anche se non è andato a buon fine.

  1. Sviluppa empatia

Le persone che ottengono un reale successo nella leadership e nel commercio non concentrano tutte le loro forze sui concetti di managing e vendita (nonostante ne abbiano un altissimo rispetto), ma si impegnano quotidianamente nella costruzione di rapporti interpersonali. In questo modo l’aspetto amichevole del rapporto si espande continuamente. Un leader sa che comunicare risolve tutti i problemi e che evitarli li peggiora. Nessun accordo o contratto è mai stato concluso senza una conversazione preliminare, quindi conversare è di vitale importanza. Parla a lungo con tante persone, oggi, in modo cordiale e simpatico, per raggiungere il tuo obiettivo finale. Il grande maestro di leadership Lance Secretan, autore di ben 13 libri sull’ argomento, riassume così il suo pensiero: “La leadership non ha tanto a che fare con le tecniche e i metodi, quanto piuttosto con la disponibilità ad aprire il proprio cuore”. Tutto ciò a cui presti attenzione si amplia. Cresce. Presta attenzione alle tue piante e cresceranno. Presta attenzione alla causa che ti interessa di più e la tua passione e le tue conoscenze ne aumenteranno il successo. L’attenzione è così: ovunque tu la diriga, il suo oggetto cresce.

  1. Gestisci bene il tempo

Un leader in grado di motivare deve avere la capacità e la possibilità di vivere in modo diverso, di utilizzare il tempo in base a una selezione razionale delle priorità invece che alle sensazioni, per lasciare dietro di sé la sua parte infantile. La chiave è prendersi il tempo. Ciò che rema contro questo atteggiamento è il senso che il tempo scorra via e non basti mai; ma tu puoi imparare a basarti su questo fatto: tutti abbiamo a disposizione 24 ore al giorno. Non importa quanto ricco o potente tu sia, hai sempre 24 ore, non un minuto di più. Solo tu puoi rallentare il tempo per adeguarlo alla velocità della vita scegliendo quello che scegli di fare. E, una volta che lo avrai fatto, diventerà molto più facile motivare gli altri e insegnare loro a fare la stessa cosa.

13.Attenzione ai RISULTATI

Quando parli ai membri del tuo team, presta sempre attenzione ai risultati finali che vuoi raggiungere, non allo sforzo necessario per ottenerli. Quando lodi i tuoi manager, presta attenzione ai risultati raggiunti, non ai tentativi e agli sforzi compiuti. La maggior parte dei manager tralascia questo punto fondamentale: continuano a premiare il tentativo e non capiscono che facendo così comunicano il messaggio inconscio che basta “provarci”. Presto i loro collaboratori arrivano a pensare che se possono dimostrare di sforzarsi, di darsi da fare, i risultati finali non saranno tenuti in grande considerazione. Assicurati di premiare i risultati finali più di ogni altra cosa. Se ti comporterai in questo modo otterrai risultati migliori. Devi essere tu quello che continua a parlare di numeri se vuoi che una persona raggiunga questi numeri. Se, invece, ti lamenti di come tutto sia difficile e poni enfasi sui duri sforzi degli altri, ecco che cosa otterrai: meno risultati e più tentativi. Tutto quello che lodi cresce, sempre. È una legge di natura. Quando mi chiedono: “che lavoro fai?” io rispondo sempre,  ”il formatore”! Tuttavia capita ancora oggi che le persone rimangano perplesse a sentire questa parola, non riuscendo ad incasellarmi in una professione tradizionale e mi rispondano “il che ? l’informatore?“. Negli ultimi tempi per far capire subito di cosa sto parlando ho identificato una espressione semplice ma al contempo efficace quanto sintetica: ” faccio i corsi di formazione“. In un anno di vita di questo di blog ho ricevuto tante domande di persone interessate alla professione del formatore, in tanti mi hanno chiesto come si fa a diventare un formatore. E in effetti quella del formatore è una attività professionale che affascina tanti, ne è testimone il numero sempre crescente degli iscritti ai di corsi di laurea in “Scienze della formazione” e in “formazione degli adulti”. Ma cos’è e cosa fa un formatore? In queste brevi righe vorrei provare a identificare una serie di tratti comuni utili, un domani, a formulare una definizione del mestiere di formatore e provando a tracciarne i confini del ruolo e degli ambiti operativi .  Quella del formatore è una professione relativamente giovane diffusa in italia a ridosso anni ’70 per rispondere alle esigenze di aggiornamento e riconversione delle professionalità degli operai delle grandi aziende. Nel corso degli anni si sviluppa poi intorno a 4 tipologie di mercato che sono: le attività di formazione finanziata da risorse pubbliche, le attività autofinanziate dagli stessi corsisti, la formazione privata e la formazione aziendale.Non è semplice definire la figura professionale del formatore, sono tante scuole di riferimento e che si propongono di offrire percorsi di sviluppo delle competenze utili all’esercizio della professione ma, nessuna di esse aderisce ad una definizione considerata universale e standard. Quindi, qualora si volesse ritagliare una “definizione di formatore” penso sia utile partire dall’analisi del suo ruolo professionale. Proviamo, quindi, a chiederci: Cosa fa il formatore? e cosa differenzia un formatore da un docente di scuola o da un professore universitario? Diversamente da un docente di scuola o Universitario, che lavora sulle conoscenze dell’individuo il formatore (sia in ambito tecnico sia in ambito personale, motivazionale) lavora sulle competenze dell’individuo sulle sue skill, come direbbero gli anglosassoni.Il formatore è una persona incaricata di sviluppare competenze nei suoi soggetti clienti. Siano essi un gruppo classe o un individuo singolo.Ma la competenza è sempre qualcosa che appartiene alla sfera personale del cliente, non è una cosa che può essere trasferita ma, è qualcosa che deve svilupparsi. Il formatore è, fondamentalmente, un facilitatore dello sviluppo delle competenze. Cioè la sua azione è finalizzata a rendere semplice, veloce ed efficiente il processo di “Sviluppo” di nuove competenze. Se partiamo dalla definizione classica di competenza (come un’insieme coordinato di risorse personali che permette lo svolgimento eccellente di una specifica mansione in un determinato processo produttivo) possiamo definire il formatore come quella persona che rende più semplice ed efficiente il processo di acquisizione delle risorse personali di lavoratore. Il formatore quindi lavora per lo più su un Saper Fare e un Saper Essere di un lavoratore, piuttosto che sul Sapere. La differenza principale quindi rispetto alle altre professioni dell’insegnamento (docente di scuola e professore universitario) la ritroviamo proprio nell’oggetto del suo operare. Il formatore non trasmette concetti ma agisce come veicolo e acceleratore nello sviluppo di competenze da parte del cliente. E’ più vicino quindi alla figura professionale dell’allenatore sportivo che spiega tecniche, introduce tattiche di gara, mostra esercizi ginnici, motiva e accompagna l’atleta verso le sue migliori performance. In tanti considerano la formazione come un mezzo per fare qualche consulenza in più e raccimolare qualche extra a fine mese. Programmatori, sviluppatori web, psicologi, esperti di sicurezza uomini del marketing, medici etc etc. In tanti fanno formazione occasionalmete come un extra. Per me non è così! Dal mio punto di vista essere formatori di successo vuol dire vivere della propria passione.  Nonostante questa professione esista da oltre 30 anni in italia, ancora oggi non esiste un percorso universitario organico per acquisire le competenze utili a esercitare con successo la professione del formatore. La Figura professionale del formatore non è una figura riconosciuta e codificata nell’ordinamento italiano. Non esistono Ordini, non esistono albi nazionali, e tanto meno programmi codificati di formazione (Come può essere ad esempio la SIS per i docenti di scuola) . Tanti dei percorsi di formazione offerti dalle università si concentrano sugli aspetti istituzionali della formazione finanziata (fondi pubblici, fse, etc. ) non spiegano cosa cercano i clienti, cosa offrire sul mercato, quali prodotti formativi sviluppare, quali competenze sviluppare, cosa fare e dove trove clienti. Quale futuro per la formazione? Sai una cosa ? Negli ultimi anni stiamo assistendo tuttavia ad un grandissimo cambiamento nel mercato della formazione. Chi esercita il mestiere del formatore deve sempre di più orientarsi al mercato ed alla domanda proveniente dalle aziende e dai privati. Fino a qualche anno fa la formazione in italia è stata trainata dalla domanda pubblica. Erano e Pubbliche Amministrazioni (Regioni, Province, comuni, scuole, etc,etc) che finanziavano grandi programmi di formazione e decidevano le iniziative da finanziare (tutte fortemente orientate ad interessi di carattere pubblicistico). Nel prossimo futuro non sarà più così ! Già oggi l’attuale crisi della finanza pubblica ha ridotto notevolmente le risorse destinate alla formazione professionale. Esiste tuttavia una grande opportunità proveniente dal mercato privatoStiamo assistendo ad una vera e propria primavera del mercato della formazione in Italia. Una vera e propria fioritura della formazione. Mai come in questo periodo la domanda Privata di formazione sta crescendo a ritmi inaspettati ed impensabili fino a qualche anno fa.  Sono tantissime le aziende già oggi disposte ad investire migliaia di euro in formazione e tantissime le persone che spendono per la propria formazione. Vuoi un esempio? Bene Prova a chiederti allora: “quante sono le persone che frequentano i seminari di Anthony Robbins?” e ancora ”Quante sono le persone che sono andate al Milionar Mind Intensive di Eker l’anno scorso a londra? e quanti ci andranno quet’anno ?” Se non lo sai posso dirti che registrano ben oltre 10000 partecipanti ad edizione per ogni evento. L’enorme successo di personaggi come Anthony Robbins ed Harv EKER è testimone di fermento inimmaginabile fino a soli 5 anni fa! Una vera e propria fioritura della domanda privata di formazione!

Investire su di se

Chi vuole diventare un formatore e chi già esercita professionalmente questa attività se vuole avere un vero successo duraturo nel tempo per almeno i prossimi 10 anni deve iniziare già oggi ad investire su se stesso ed orientarsi sempre di più al mercato e sempre di più ai privati. Viviamo un vero e proprio cambiamento epocale. Come dice il proverbio “CHI NON MIGLIORA, PEGGIORA“. E oggi è il momento buono per cominciare a investire su se stessi.

A presto.

 

 

 

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