le cinque spinte e i comportamenti

giugno 21, 2017

La scorsa settimana ho partecipato ad un corso di formazione, la cui esperienza è stata costruttiva, entusiasmante e soprattutto formativa, sotto il profilo personale e professionale. Ringrazio il collega docente A. Masolini che ha contribuito con la sua capacità di leadership, preparazione, e immensa disponibilità, a rendere piacevole e istruttivo l’intero percorso. Quando ti metti in gioco, affronti il tuo viaggio, intimo e/o di gruppo, dando spazio a sentimenti ed emozioni, senza mettere in ordine i  ragionamenti. La regola è essere se stessi. Quando ti apri a nuove esperienze che ti fanno uscire dalla tua zona di comfort, trappola  che t’impedisce di avere una visione corretta del mondo che ti circonda, puoi scoprire modi nuovi di comunicare, modi nuovi di imparare, modi nuovi di rapportarti agli altri e alla vita. Per usare una metafora: “Bisogna tenere la testa alta per avere una più corretta visuale di quanto ci circonda ed un piede sempre fuori dal proprio orto”. Il percorso di questa mia esperienza formativa mirava alla conoscenza di se, partendo dalle esperienze passate, le quali ci hanno forgiato, e in una certa misura ci condizionano ancora oggi. Ho scoperto solo una settimana fa di essere un “sii forte”, di seguito vi racconto di cosa sto parlando.

La magia delle cinque spinte.

Secondo l’Analisi Transazionale, ciascuno di noi cresce ricevendo dai propri genitori, o dalle figure di riferimento, dei messaggi che ci “modellano”, ci guidano nella costruzione della nostra identità e dei nostri comportamenti. Lo studioso Taibi Kahler annotò per diverso tempo i comportamenti, le espressioni del viso e perfino le parole delle persone, giungendo a categorizzare 5 tipi di spinte che caratterizzano le persone in modi differenti, a seconda delle esperienze vissute e delle interiorizzazioni fatte.

1)“sforzati”,

2)“compiaci”,

3)“sii perfetto”,

4)“sii forte”,

5)“sbrigati”.

Tutti possiamo esserne condizionati, ma la maggior parte di noi ha una propria spinta preferenziale (di cui in genere non è consapevole).  Tali messaggi appaiono come positivi, ma in realtà possono trasformarsi in “gabbie”. I messaggi di spinta non sono altro che le nostre voci interne, che ci “spingono” appunto, a comportarci sempre in un certo modo,  anche quando sono sconvenienti per noi. Da bambini abbiamo ricevuto messaggi di spinta dai nostri genitori  dal canale verbale, frasi esortative/impositive, che ci “costringevano” a comportarci in una determinata maniera. Le spinte fanno parte di quel copione che sappiamo essere la traccia su cui si dipana la vita, fin quando non ci si accorge di voler fare qualcosa di diverso per cambiare ciò che si vive come costrittivo o deleterio. Le spinte sono allo stesso tempo struttura e costrizione perchè se da un lato contribuiscono a generare disciplina e metodo, nel caso del perfezionismo, dall’altro se non vi è consapevolezza e volontà da parte dell’individuo sono una condanna perenne ad essere in una data maniera e a soffrire di questo. Le spinte, dunque, se  le lasciamo agire in automatico non ci permettono di tenere conto di emozioni contrastanti, di sensazioni spiacevoli, anzi sembra proprio mettano da parte questi campanelli d’allarme in nome di un ideale più importante della persona stessa. L’uscita dal copione, spesso raggiunta attraverso un’analisi personale, consiste nell’autorizzazione (o Permesso) a non far più conto della spinta in modo distruttivo. Una continua richiesta da parte dell’esterno di soddisfare aspettative sempre più grandi, ad un certo punto diventa motivazione interna a ricercare continuamente lo stesso irraggiungibile ideale di essere il massimo, l’impeccabile. Questi messaggi si affastellano nella memoria del bambino come macigni. Ecco perchè si chiamano spinte, perché il bambino sente una coazione a seguirle, quindi la sua posizione esistenziale è condizionata al rispetto o meno della spinta. Se un messaggio lo abbiamo sentito più spesso di  altri, questo è quello che diventerà la nostra spinta primaria.  Ciascun messaggio implica una serie di comportamenti messi automaticamente in atto, nello sforzo di adeguarsi a quanto richiesto dalla spinta, e quindi dall’ambiente sociale in cui è inserito. Quello che succede è che ognuno di noi, da adulto, quando è sotto stress, smetterà di essere nello stato dell’Io Adulto, ed entrerà nello stato dell’Io Bambino adattato, e sentirà i messaggi di spinta, ovviamente, quello che sentirà di più è il messaggio della spinta primaria e ne metterà in atto i relativi comportamenti.

1) “Compiaci!” = compiacenza,
Detta anche cerca di piacere, è la pretesa di corrispondere pienamente alle richieste esplicite e implicite, nonché ai desideri inespressi di qualcun altro. Per essere soddisfatta al meglio, dovrebbe comportare buone dosi di lettura del pensiero. Sogno segreto di molti genitori nei confronti dei propri figli, che per fortuna in genere non ci fanno troppo caso. Chi risponde a questa spinta, vive  nell’iperadattamento, e fa di tutto per piacere agli altri. Da bambini le ingiunzioni ricorrenti  erano: sacrificati per gli altri, sii gentile, quando sarai grande ascolta sempre tuo marito/ moglie, non fare i dispetti, fai sempre quello che ti diciamo noi genitori, non dire mai di no, non essere sgarbato e scortese, ecc. Prima di agire cercano sempre di interpretare quello gli altri si aspettano da loro, e chiedono il permesso per qualsiasi cosa. Dal punto di vista del comportamento verbale, il compiaci protende ad utilizzare parole tipo: “caro”, “piacevole”, “scusa, posso?”, “ti dispiace se”. In merito al comportamento non verbale mostra un tono manipolatorio, interrogativo, sguardo fisso altrove. Questa spinta è un’ottima risorsa: rende socievoli, empatici, intuitivi, flessibili, tolleranti. Il rischio è quello di non riuscire mai a dire di no, e di non trovare mai il coraggio di manifestare il proprio parere, apparendo privi di personalità. Alla spinta “Compiaci” obbediscono molte principesse delle favole, bellissime ma prive di volontà propria, in costante attesa del principe azzurro. Nel cinema, invece, la donna compiacente per antonomasia è la Melania di Via col vento: amabile, sempre sorridente, disponibile, attenta alle esigenze altrui e poco alle proprie. Un personaggio che a molti appare scialbo, perché non si capisce mai quello che pensa davvero.

In chiave positiva il Compiaci diventa: “Sii te stesso!”

2) “Sii forte!”= forza e infallibilità,

Chi è influenzato della spinta “sii forte” non mostra mai i propri sentimenti. Questa spinta chiede all’individuo di resistere a se stesso in nome di esigenze di ordine superiore, di staccare i contatti con le proprie sensazioni e i propri desideri in modo da poter resistere alla pressione, di non fermarsi quando è stanco o di non chiedere ciò che desidera o meglio ancora di smettere di desiderarlo. Chi ha una spinta sii forte ha solitamente un senso del dovere molto alto;forse qui potrebbe adattarsi il detto prima il dovere e poi il piacere (ammesso che poi si pensi di aver fatto abbastanza per meritarselo e se ne abbiano ancora le forze per farlo).Da bambini le ingiunzioni ricorrenti erano: fai il tuo dovere, solo le femminucce piangono, arrangiati da solo, devi farcela per te stesso, sii di aiuto, bisogna sempre mostrarsi forti, non dimostrare mai ciò che provi, i panni sporchi si lavano in casa, ecc. Essere forti nei momenti in cui è necessario è sicuramente una risorsa, essere obbligati a mostrarsi forti costantemente significa presentarsi agli altri con una maschera per non vedere e far vedere le proprie debolezze o fragilità. In poche parole non gli è “permesso” SENTIRE se stesso. La forza fisica è l’unica cosa che deve essere esibita per dimostrare di valere, dunque il sentimento prevalente, quando non prevale l’assoluta mancanza di sentimenti, è la rabbia. Di solito i forti sono stati dei bambini molto responsabilizzati, piuttosto che essere stati bambini spensierati erano degli adulti in miniatura. A livello comportamentale  assume un atteggiamento di distacco e di controllo. E’ una persona indipendente e tende ad isolarsi. Dal punto di vista verbale si esprime con parole tipo forte, debole, egoista, riprendersi d’animo, non mi pronuncio. Il vantaggio è che riesce a mantenere il controllo anche quando tutti si lasciano prendere dal panico. Nelle aziende in cui c’è questa spinta è ovviamente apprezzato il lavoro duro, si cercano persone che sappiano adattarsi anche a condizioni difficili senza lamentarsi, che non si preoccupino di chiedere per sé ma di dare all’azienda. Per certi aspetti ricorda la famosa frase di J.F. Kennedy: “non chiedetevi cosa la patria può fare per voi ma piuttosto cosa voi potete fare per la patria”: il che può andare benissimo in momenti particolari della vita aziendale ma diventa rischioso se assunto a norma.Quando c’è questa spinta la fase di espressione delle insoddisfazioni è seriamente inibita, poiché lamentarsi è una forma di debolezza, si rende così difficile capire quale sia la reale situazione del gruppo e portare i necessari correttivi. Sarebbe importante per un sii forte, lasciare più spazio alle emozioni, che sono una risorsa e non una debolezza. Ci aiutano a comunicare i nostri stati d’animo, e quindi a migliorare le nostre relazioni con gli altri.  Molti “duri” del cinema rispondono alla spinta “sii forte”. Per esempio l’uomo senza nome interpretato da Clint Eastwood, freddo e impassibile, in grado di affrontare ogni sfida senza batter ciglio. 

In chiave positiva il Sii forte diventa: “Metticela tutta, ma accetta di arrenderti”

3) “Sforzati!”= lavorare duro e non fermarsi mai,

È la spinta di processo per eccellenza, potrebbe facilmente confondersi con quella precedente ma la sua natura è profondamente diversa; nello sforzati l’attenzione viene spostata dall’obiettivo al processo, quello che conta non è aver avuto successo ma aver fatto abbastanza fatica. L’idea che sottende questa spinta è che solo ciò che ha comportato uno sforzo, sia stato ottenuto con il sudore della fronte, sia degno. Viceversa se l’obiettivo è stato raggiunto facilmente c’è qualcosa che va, o l’obiettivo era sbagliato per difetto o comunque non era rilevante. Famosa spinta nella tradizione scolastica italiana era , o forse è ancora, quella di premiare lo forzo più che il risultato. La fatidica frase: si va bene, ma potrebbe fare molto di più, è risuonata in molte orecchie forse con un certo fastidio; soprattutto quando era seguita da apprezzamenti per qualcun altro che aveva raggiunto risultati decisamente inferiori ma che aveva dimostrato di essersi “impegnato molto”.  Il loro motto? Crederci sempre, arrendersi mai. Da bambini le ingiunzioni ricorrenti erano: non essere inferiore a nessuno, non montarti la testa, non hai fatto abbastanza, impegnati di più, non pensare che sia tutto facile, hai ancora tempo, mettici più testa, mangia tutto anche se non ti va, ecc. Quando sia l’azienda sia il dipendente hanno la stessa spinta l’efficienza sul lavoro diventa un tema irrilevante: in ufficio bisogna restare il più a lungo possibile, possibilmente dando segni di sofferenza, nel fine settimana è gradito portarsi a casa un po’ di lavoro da fare, chi ha risultati brillanti con poco sforzo è guardato con sospetto soprattutto se dà l’impressione di esserne contento, (al contrario del sii forte dove si deve essere contenti anche se si sta soffrendo). Forse è per questo che sono persone sempre stressate e piene di acciacchi. Sono anche sempre disponibili a dare una mano (spesso sono impegnate nel volontariato) e in generale si danno un gran da fare, ma sono poco flessibili a cambiare strategia se l’obiettivo che perseguono si rivela più arduo del previsto. La spinta “Sforzati!” fa venire in mente il mito greco di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere un masso in cima a un monte, che però rotola ogni volta a valle.  Chi agisce sotto questa spinta, infatti, si concentra sullo sforzo invece che sull’esito, così prova e riprova anche se non raggiunge l’obiettivo. Invece che dare importanza all’impegno, dovrebbe focalizzarsi sui risultati. In che modo? Imparando a distinguere ciò che è fattibile da ciò che è umanamente impossibile. E imponendosi di finire sempre un compito prima di intraprenderne un altro.

In chiave positiva ” sforzati” diventa: “Divertiti nel fare le cose che ti piacciono, e se non ti piacciono chiediti se è necessario farle. Se è necessario, allora falle e basta!”

4) “Sii perfetto!”=  perfezionismo,

Chi diceva: “la perfezione non è di questo mondo”, di sicuro non aveva questa spinta. Nelle aziende dove impera il sii perfetto troviamo l’impegnativa tensione verso la perfezione, per cui ogni minimo particolare deve essere tenuto sotto controllo perché se una virgola è sbagliata il lavoro è una vera schifezza. La sensibilità alle sfumature di grigio si perde, è o bianco o nero, o perfetto o non vale nulla. Le pretese sono molto alte ed è difficile essere soddisfatti di ciò che si è fatto; la frustrazione è sempre in agguato e nel tentativo di migliorare ciò che va bene si rischia di peggiorarlo. I particolari diventano altrettanto importanti degli elementi fondamentali e di conseguenza si rischia di dedicare molto tempo per curare aspetti marginali e poi non averne abbastanza per quelli di fondo.Chi agisce sotto la spinta “Sii perfetto!” ha standard elevatissimi. La sua vocina interiore continua a ripetergli “dovresti fare meglio”.  Da bambini le ingiunzioni ricorrenti erano: sii ineccepibile, fai bene il tuo lavoro, ci vogliono fatti concreti non parole, tieni sempre tutto sotto controllo, sii puntuale, non mi fare fare brutte figure, parla solo quando vieni interpellato, l’ordine è la prima cosa, ecc. Qualsiasi risultato ottenga, il sii perfetto non è mai soddisfatto, e alza l’asticella. Inoltre tende a non rispettare le scadenze perché può essere bloccato dalla paura di sbagliare, di fallire o di perdere il controllo della situazione. Di sicuro non si gode mai la vita. Una buona qualità è ben diversa da una spinta sii perfetto, distingue fra ciò che è essenziale e ciò che è secondario, sa tenere presente il rapporto fra costi e risultati, soprattutto sa fermarsi quando è il momento. Nel film American Beauty la signora Carolyn, agente immobiliare, è uno splendido esempio di sii perfetto, (nonché della gamma completa di spinte comportamentali); la sua dedizione a ripulire la polvere sopra una ventola della cucina o l’alone su di un vetro è ammirevole ma la quantità di fatica dedicata alla cura di questi particolari accessori non è giustificata nell’equilibrio complessivo, né è premiata dai risultati. Le troppe energie spese in attività accessorie e il tentativo di essere perfetta in tutti i modi non le lasciano spazio per ascoltare i clienti , stabilire un rapporto con loro e capire cosa desiderano. Quando, alla fine della giornata trascorsa senza successo, le viene da piangere emerge inequivocabile la spinta sii forte: per resistere al suo dolore si sgrida e si prende a sberle sino a che, ricacciate indietro le lacrime, riesce a recuperare la compostezza che le è propria e si allontana con espressione imperturbabile sul volto. I film di Carlo Verdone forniscono ottimi esempi di vittime della spinta “Sii perfetto.”Chi non ricorda il professor Raniero Cotti Borroni di Viaggi di Nozze, o l’altrettanto pedante Furio di Bianco Rosso e Verdone, insopportabile marito della povera Magda? Cambiare non è facile, ma chi è soggetto a questa spinta dovrebbe cominciare a dirsi: vado bene così come sono, anche quando non raggiungo l’eccellenza. Anche perché chi sbaglia ha un considerevole vantaggio: è risaputo che è dagli errori che si impara di più. Insomma, essere troppo perfetti non conviene, perché può bloccare e impedire di imparare davvero dalla vita. Imparare a riderne, invece che farne una tragedia, è il segreto per uscire da questa trappola.

In chiave positiva il “Sii perfetto” diventa: “Sei già perfetto così”

5) “Sbrigati!”= rapidità,
Chi obbedisce alla spinta “sbrigati” sente il bisogno di fare tutto il più in fretta possibile, il che significa che fa un sacco di cose, e così poco tempo per farle da dover essere sempre di corsa pur sapendo che comunque non si riuscirà a farcela. Chi è sotto l’effetto di questa spinta è portato a reagire e ad agire con la massima fretta indipendentemente dalla presenza di una reale urgenza; la si potrà individuare dalla velocità nel parlare, nel muoversi, nell’avere sempre un aria indaffaratissima. Se le intenzioni sono buone non è detto che il risultato lo sia: il rischio di fallire proprio la dove si voleva eccellere è molto alto.Quando c’è questa spinta ad una richiesta la risposta è immediata. Una delle conseguenze negative è quella di parificare tutto, se tutto è sempre urgente in realtà nulla è veramente urgente e quando qualcosa dovrebbe avere davvero la priorità verrà invece processata come tutte le altre. Il problema maggiore è dato dal fatto che i comportamenti di spinta sono slegati da una reale necessità, se è innegabilmente vero che a volte serve una reazione veloce, che ci sono situazioni in cui bisogna correre, è anche vero che ce ne sono altre in cui è possibile prendersi il tempo che serve per valutare una situazione con calma, e altre ancora in cui una decisione affrettata rischia di avere conseguenze gravi e non rimediabili. La produttività è ben diversa dallo sbrigati. Se l’azienda e il singolo individuo condividono la stessa spinta verrà a mancare lo spirito critico, quella forma di contrasto interno estremamente salutare che evita il pensiero unico e con esso una possibile serie di errori, a volte fatali.Da bambini le ingiunzioni ricorrenti erano: perdi sempre tempo, svelto che siamo in ritardo, fai più in fretta che puoi, mangi troppo lentamente, non ci mettere troppo, sei una lumaca, ecc. Peccato che per fare veloce, è soggetto a molti errori e perde dettagli essenziali. Oltre al fatto che dimentica subito quello che fa, perché non lascia il tempo alle sue esperienze di sedimentare nella mente. Rispondono a questa spinta tante mamme professioniste, sempre affannate e di corsa per riuscire a incastrare i tanti impegni familiari e lavorativi. Anche se l’esempio più paradigmatico viene dal mondo della fantasia: il Bianconiglio di Alice del Paese delle meraviglie, sempre intento a consultare l’orologio per affrettarsi a non si sa quale appuntamento. Ma ha senso darsi così tanto da fare? La risposta è no. Chi corre, saprà sempre meno cose di chi resta calmo e riflette. E non avrà affatto una vita più piena. La fretta, paradossalmente, fa perdere tempo, perché porta a impegnarsi in tante attività futili e inutili e non permette di riconoscere e di apprezzare ciò per cui vale davvero la pena vivere. Come diceva il saggio cinese Laozi: “La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza”

In chiave positiva il “Sii veloce” diventa: “Prenditi tutto il tempo che ci vuole”

Vuoi conoscere la tua spinta primaria? Scarica il test.

Buon lavoro

test sulle cinque spinte

 A presto.

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