la partita vincente… il coraggio di un uomo diventato leggenda

settembre 19, 2016

La motivazione è il coraggio di una scelta. Per capirne meglio il concetto vi racconterò una storia.

LA PARTITA VINCENTE

“Quando nel febbraio del 1977 ricevette il premio Oscar per il miglior film dell’anno, ripensò con soddisfazione a tutti quelli che gli avevano detto che non ce l’avrebbe mai fatta, a tutte le difficoltà che aveva dovuto affrontare e a tutti i «no» che si era sentito dire.  Esattamente come Rocky Balboa, il personaggio che lo aveva portato al successo, che riusciva sul ring a superare qualsiasi ostacolo, Sylvester Stallone fu capace di vincere ogni difficoltà, perseguendo il suo obiettivo con costanza, fino a portare il suo sogno sugli schermi. Infatti, prima di scrivere il film che lo trasformò in una star e che divenne una delle pellicole di maggior successo di tutti i tempi, Sylvester Stallone era un aspirante attore squattrinato, con scarsissime prospettive davanti a sé. Ma voleva con tutto se stesso diventare un attore famoso e proprio per questo aveva deciso di trasferirsi in California, nella San Fernando Valley, per essere più vicino alla Mecca del cinema e fare il possibile per realizzare il suo sogno. Fino ad allora aveva fatto solo alcune fugaci apparizioni in qualche pellicola di serie B e le cose non gli andavano affatto bene. La sua automobile da quaranta dollari si era rotta e non aveva neanche i soldi per farla aggiustare, l’appartamento in cui viveva era un monolocale così piccolo che era possibile aprire contemporaneamente la porta d’ingresso e la finestra, senza bisogno di alzarsi dal letto. La sua situazione economica era precaria, per continuare a sopravvivere fu addirittura costretto a vendere ciò che più amava al mondo, il suo cane. Era il suo migliore amico, gli voleva bene, ma non era più in grado di comprargli da mangiare e così lo cedette per pochi dollari, provando un immenso dolore.  Sly continuava comunque con perseveranza a presentarsi a ogni casting dove immancabilmente si sentiva dire che le sue possibilità di diventare attore erano davvero scarse, considerata la sua bruttissima voce e la sua faccia da pugile suonato. E proprio il pugilato fu la chiave di volta della sua vita! Nel marzo del 1975 assistette a un incontro di pugilato tra il grande Muhammad Alì e un pugile pressoché sconosciuto, di nome Chuck Wepner.  Quella sera accadde l’incredibile! Il grande campione venne messo al tappeto da un atleta su cui nessuno avrebbe mai puntato un dollaro. Quando Sylvester Stallone vide la scena ebbe un sussulto, quello sconosciuto sarebbe passato alla storia, non per le sue capacità di pugile, ma per essere stato in grado di battere la più grande macchina da combattimento mai esistita. In quel preciso momento nacque l’idea del personaggio di Rocky. Al termine dell’incontro Stallone corse a casa e per tre giorni e tre notti consecutive, come in preda a un raptus, scrisse il copione del celebre film, riempiendosi di pastiglie e di caffeina per stare sveglio. Era tale la consapevolezza di trovarsi in un momento di svolta della sua vita, che mentre lavorava il suo corpo tremava dall’entusiasmo; la sceneggiatura letteralmente fluiva sulla carta. Il risultato furono novanta pagine fitte, certo non definitive, ma che divennero l’ossatura principale di quella pellicola di straordinario successo.   Alcuni giorni dopo Stallone si presentò all’ennesimo provino: non venne scelto, ma mentre usciva si rivolse ai due produttori, Bob Chartoff e Irwin Winkler, dicendo loro che stava scrivendo qualcosa sul pugilato e chiese se erano interessati a dargli un’occhiata. «Perché no? Portacelo!» fu la risposta. “Ogni tanto mi fermo a pensare a cosa sarebbe stato di me se quel giorno sulla soglia dello studio non avessi aggiunto quelle ultime parole” dichiara oggi Sly; “è per questo che io consiglio sempre a chiunque abbia un’idea di parlarne con tutti, di non mollare, perché ogni momento potrebbe essere quello buono!”  I due produttori furono entusiasti della storia e offrirono a Stallone venticinquemila dollari che viste le sue condizioni economiche, rappresentavano tanti, soldi. Lui era pronto ad accettare subito, ma la trattativa si arenò non appena espresse la ferma intenzione di essere il protagonista del film. I due produttori gli risero in faccia: “Scordatelo! Non sei un attore, non ne possiedi le abilità, non puoi recitare da protagonista!”. Avevano già sondato il terreno e gli attori che erano stati presi in considerazione per la parte erano: Ryan O’Neal, James Caan, Robert Redford e Burt Reynolds, tutti stranoti e all’apice della carriera. Stallone rimase fermo nella sua idea: «Rocky sono io, nessun altro può interpretarlo meglio di me!».  Sapeva esattamente ciò che voleva. I due produttori credevano nel soggetto e aumentarono l’offerta che salì a centomila dollari, purché accettasse di non recitare nel film. Centocinquantamila dollari… Duecentomila… duecentosettantacinquemila dollari. Più la posta in gioco saliva più era difficile continuare a dire di no.  Più tardi Stallone dichiarò: «Sentivo nel mio cuore che era la cosa giusta da fare. Sapevo con sicurezza che se quel film avesse avuto successo senza di me, non me lo sarei mai perdonato e avrei finito col suicidarmi. Ero vissuto con pochi soldi fino a quel giorno e avrei potuto continuare a farlo, ma non potevo buttare via l’opportunità della mia vita!».  L’offerta salì fino a trecentosessantamila dollari, ma Stallone continuò a rifiutare fino a quando Chartoff e Winkler cedettero e gli diedero l’opportunità di recitare offrendogli i venticinquemila dollari iniziali e un budget ridotto per la produzione del film.  La prima cosa che fece Sly, appena ebbe ottenuto ciò che voleva, fu  andare dalla persona alla quale aveva venduto il suo cane per ricomprarlo, ma il nuovo proprietario non volle sentir ragioni: disse che ormai si era affezionato e non aveva alcuna intenzione di disfarsene. Ma anche in questo caso Stallone sapeva esattamente quale era il risultato che voleva ottenere, ed era disposto a tutto pur di raggiungerlo. Iniziò così una trattativa tanto complicata quanto la precedente, al termine della quale ebbe il suo cane indietro in cambio di cinquemila dollari e la promessa, per l’uomo, di una piccola parte nel film! Sly poté così tornare a giocare con il suo fido cagnolone Birillo, poi diventato famoso in tutto il mondo per aver «recitato» insieme a Rocky.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere nella vita è: «Cosa voglio veramente?». «Qual è il risultato che sto perseguendo?», «Qual è il mio vero obiettivo?». Coloro che raggiungono il loro successo personale, non solo concentrano le proprie energie sull’obiettivo specifico verso cui si stanno dirigendo in una determinata situazione, ma sfruttano anche la grande forza emotiva data da quello che è il loro scopo. Spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere ciò che vogliamo veramente. Ricordiamoci che quando il «perché» è abbastanza forte, il «come» non è mai un problema. Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse, grazie a questo forte «perché», sufficiente a superare qualsiasi ostacolo.

A presto!

 

 

 

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