Scorciatoie mentali. Chi guida le tue decisioni?

novembre 29, 2016

Nella vita quotidiana, siamo chiamati costantemente a scegliere, cioè a prendere delle decisioni, che possano essere automatiche o meno (quale vestito mettere, quale strada scegliere, quale impegno affrontare per primo, ecc.). Queste decisioni influiscono notevolmente sul nostro comportamento. Come prendiamo le nostre decisioni? Come ci influenzano? in che modo influenzano gli altri, e come le decisioni altrui influenzano noi? Le decisioni vengono prese a razionalità limitata, cioè coloro che prendono decisioni sono in grado di riconoscere solo un numero limitato di alternative e sono consci soltanto di alcune delle conseguenze di ciascuna alternativa. La psicologia delle decisioni  ha iniziato ad accendere i riflettori sui processi cognitivi che guidano la scelta dell’attore decisionale già negli anni 60. In particolare, la ricerca in quest’ambito della psicologia sperimentale ed applicata, ha dimostrato che i meccanismi sottostanti la presa di decisione sono del tutto irrazionali. Infatti molto spesso il nostro bisogno di prendere la decisione migliore incontra la necessità di risparmiare le nostre risorse cognitive.Dunque, quando prendiamo una decisione siamo più propensi ad usare dei processi cognitivi automatici ed intuitivi detti procedure satisfacing, o euristiche di ragionamento.Nella pratica comune il processo decisionale ricorre al metodo euristico. Ossia le decisioni su eventi incerti vengono affidate a scorciatoie di pensiero, basate su poche semplici regole o sulle esperienze precedenti che evitano lo sforzo analitico dell’intera massa di informazioni disponibile, permettendo di scegliere, rapidamente, tra opzioni contrastanti/concorrenti. Si tratta di un metodo decisionale preconscio (quindi inconsapevole) governato dalle percezioni, dalle attitudini e dai desideri con cui vengono selezionate e filtrate conoscenze ed informazioni prima di approdare nel campo conscio. La decisione di norma è funzione di due criteri: la soluzione che ha già funzionato in passato, e quella con cui siamo più familiari. In linea generale, più la situazione è complessa ed ambigua, più si tende a decidere in modo intuitivo, non ragionato e del tutto soggettivo, mediato da i “protocolli di azione” stabiliti e trasmessi dal nostro modello culturale, spesso quindi basati su luoghi comuni che diventano fonte di rischio ed un ostacolo alla corretta risoluzione del problema. La semplificazione euristica, in contesti decisionali complessi, può portare quindi a gravi errori di giudizio. Il metodo euristico è tuttavia preferito a quello analitico, in quanto quest’ultimo, fondato sulla conoscenza, risulta essere più lento e noioso, richiede maggiore sforzo cognitivo e talvolta può fornire risposte ambigue che, senza l’esperienza, non possono essere selezionate. Le euristiche (dal greco heurískein “trovare”) sono abilità acquisite dal cervello nel corso dell’evoluzione. Sono state utili per la sopravvivenza dell’uomo; infatti, negli ambienti pericolosi dove l’homo sapiens ha maturato la trasformazione da preda in predatore, e dove il cervello si è evoluto, le decisioni dovevano essere rapide ed efficaci. Anche se le euristiche non servono più a sopravvivere nel mondo moderno,  esse continuano ad agire,  visceralmente, nei comportamenti umani con una funzione che chiamiamo intuizione. Le euristiche possono essere definite come “delle regole cognitive pragmatiche spesso utilizzate in modo più o meno cosciente o intuitivo nel trattamento dell’informazione per ridurre la complessità nella soluzione dei problemi. Come ognuno di noi sa, le decisioni importanti nella vita di una persona non vengono prese con la logica ma con l’intuizione, e si rivelano corrette la maggior parte delle volte, ma non sempre. Anche per attività meno importanti e quotidiane, quando andiamo in giro con il nostro corredo di euristiche, impieghiamo poco tempo a decidere cosa ci piace e cosa non ci piace, o a crearci un’opinione istantanea delle situazioni nelle quali ci troviamo, prendendo cioè delle decisioni euristiche. Infatti, ogni decisione che prendiamo ha un enorme costo energetico (i nostri processi mentali sono dispendiosi) e la nostra mente lo sa e tenta continuamente di ottimizzare il rapporto costi mentali/opportunità. Abbiamo un cervello ecologico, creato dall’evoluzione per adattarsi all’ambiente cercando di non incorrere in costi che superino i benefici. Sono tre le principali euristiche che utilizziamo per prendere delle decisioni:

Euristica della Rappresentatività

Euristica della Disponibilità

Euristica dell’Ancoraggio ed aggiustamento.

Euristica della rappresentatività: Kahneman e Tversky (1972) hanno individuato questa euristica attraverso un esperimento. A un gruppo di individui venivano mostrate due sequenze di lanci di una moneta e dovevano stabilire quale fosse la più probabile:

 

a) T – T – T – T – C – C – C – C

b) T – T – C – T – C – C – T – C

 

Dopo aver visto le due sequenze, la maggior parte degli individui aveva scelto l’opzione b) come quella più probabile, anche se entrambe le sequenze siano equiprobabili poiché gli eventi (i lanci della moneta) sono tra loro indipendenti. Gli individui però non riconoscono nell’immediato questa considerazione e quindi danno come più probabile la sequenza b) utilizzando per la scelta l’euristica della rappresentatività. L’euristica della rappresentatività è definita come il “confronto tra un evento e l’immagine, o la rappresentazione mentale, che noi abbiamo di quella categoria e sulla base del grado di somiglianza siamo più o meno sicuri che quel particolare evento appartenga a quella determinata categoria”. Come l’euristica della disponibilità, anche l’euristica della rappresentatività è molto usata nella quotidianità dall’individuo per prendere decisioni in poco tempo, anche per esprimere giudizi sulle persone. Questo però può indurre a errori sistematici. Il primo è la “fallacia della congiunzione” che si presenta quando si utilizza l’euristica della rappresentatività in modo errato producendo valutazioni distorte su eventi considerati congiunti, invece di valutarli attraverso la regola di congiunzione della teoria della probabilità. Un secondo errore è la “fallacia della probabilità di base”: gli individui danno giudizi su un determinato evento sulla base di informazioni che riguardano l’evento stesso e non considerano la probabilità di base che riguarda la categoria a cui fa riferimento l’evento posto a giudizio. Quindi, le persone commettono degli errori nel giudicare l’appartenenza di un evento ad un determinato processo. In altre parole, i giudizi di probabilità vengono fatti in base a quanto rappresentativo è un evento rispetto al processo giudicato. Tutto ciò ha dato inizio allo studio delle Teorie sulle Distorsioni di Giudizio. In una serie di esperimenti è stato notato che, a parità di valore reale, le persone associano un valore più elevato alle banconote piuttosto che alle monete. Una delle possibili spiegazioni di questi risultati è che: Le monete sono utilizzate per acquisti di basso valore, mentre le banconote sono utilizzate per acquisti di valore più elevato. Di conseguenza, quando esistono monete e banconote con uguale valore reale le persone danno valore maggiore alle banconote.

Euristica della disponibilità:

L’euristica della disponibilità, individuata da Kahneman e Tversky (1973), viene usata dall’individuo quando giudica un evento più o meno probabile in base alla presenza o meno dell’evento stesso nella memoria. L’uso di questa euristica è molto diffuso e spesso è molto utile per prendere una decisione di fronte a situazioni poco certe e si necessita di un giudizio probabilistico; infatti per arrivare a una conclusione ci rifacciamo alle informazioni già presenti in memoria. Non sempre però l’uso di questa “scorciatoia” è efficace, poiché può condurci ad errori non previsti e non voluti, ma che danno come risultato una soluzione diversa da quella prevista. Fattori che conducono il decisore a utilizzare questa euristica in modo errato sono la salienza, la familiarità, la vicinanza temporale e la correlazione illusoria. La salienza, ovvero come un evento viene ricordato in maniera più chiara possibile, porta a far riemergere informazioni che per l’individuo sono molto frequenti, ma che nella realtà non lo sono tanto quanto lo pensa il decisore stesso. La familiarità, la frequenza con cui un evento simile si presenta alla memoria, porta il decisore ad associare eventi diversi come simili e quindi che hanno le stesse caratteristiche. La vicinanza (o la distanza) temporale dell’evento porta anche questo ad avere un giudizio distorto: più un evento è avvenuto recentemente più è probabile che si verifichi, distogliendo così il decisore da un giudizio più obiettivo. L’ultimo fattore che può portare a un uso scorretto dell’euristica della disponibilità è la correlazione illusoria: avviene quando un decisore valuta la probabilità o la frequenza che due o più eventi accadano congiuntamente, senza considerare le informazioni che invece mettono in luce le differenze tra gli eventi e quindi chiariscono il fatto che gli eventi non siano correlati. Le persone si affidano a questa euristica per emettere giudizi sul possibile accadimento di determinati eventi nel futuro. Nel farlo utilizzano la loro conoscenza relativa all’accadimento di quei determinati eventi nel passato. Tuttavia la nostra memoria non è infallibile, non utilizza principi statistici. È influenzata da fattori psicologici e da limitazioni cognitive. I meccanismi psicologici che sottostanno all’uso di questa euristica sono particolarmente solidi e pervasivi. Si tratta in particolare di: associazioni per somiglianza.  Nel giudicare la probabilità di accadimento di un evento le persone cercano di ricordare o generare mentalmente dei casi (esempi) che possano dare loro delle indicazioni utili. Trattandosi di un fenomeno psicologico è normale che esso non rispetti alla perfezione le leggi della casualità. ESEMPIO: È noto che gli incidenti aerei sono giudicati come molto più rari di quanto non siano realmente. Al contrario, la frequenza degli incidenti stradali mortali è solitamente sovrastimata.Gli eventi negativi ci colpiscono di più perché indicano delle deviazioni dal normale andamento degli eventi. Di conseguenza tendiamo a sovrastimare la loro frequenza. Una ricerca condotta all’Università del Montana ha mostrato che gli studenti di psicologia pensano di metterci all’incirca 4 minuti e mezzo per trovare un parcheggio davanti al dipartimento. In realtà il tempo medio per trovare parcheggio era pari a 30 secondi. Tuttavia, nel dare la stima gli studenti ricordano più facilmente le poche volte in cui trovano il parcheggio pieno e sovrastimano il tempo che normalmente serve a trovare un posto libero. Al giorno d’oggi molte persone ritengono di vivere nel periodo storico più violento di sempre: Pensano che non ci siano mai stati tanti morti dovuti a guerre come oggi. Ritengono che il numero degli omicidi e delle guerre sia in aumento. Spesso vengono fatti dei confronti tra i tempi moderni caratterizzati da un tasso elevato di violenza e i tempi preistorici caratterizzati dalla figura del “noble savage” non ancora corrotto dalla società civilizzata.In realtà, il tasso di violenza è diminuito costantemente con il tempo indipendentemente dall’orizzonte temporale considerato (millenni, secoli, decenni). Steven Pinker (2002) ha suggerito che la tendenza delle persone a considerare la società attuale come più violenta sia dovuta all’euristica della disponibilità. Le agenzie di stampa di oggi sono più efficaci che mai nel fornirci informazioni riguardo ad eventi di violenza, guerra e crimine. Di conseguenza, siamo costantemente esposti a questo tipo di informazioni, le recuperiamo più facilmente in memoria e stimiamo gli eventi di violenza più frequenti di quello che sono realmente.

Euristica dell’ancoraggio: Anche l’euristica dell’ancoraggio e aggiustamento è molto utilizzata nella quotidianità dagli individui per arrivare velocemente a una decisione. Questa euristica mette in luce quanto gli individui sono conservatori e come difficilmente cambiano opinione su un evento, su una persona, su un giudizio. L’euristica dell’ancoraggio e aggiustamento è definita come un processo in cui gli individui “formulano una prima valutazione (ancoraggio) di un determinato fatto e poi, in seguito all’acquisizione di ulteriori informazioni, effettuano modificazioni più o meno consistenti (aggiustamenti) e, finalmente, danno la valutazione definitiva”. Uno degli errori che comporta l’uso di questa euristica quando si vuole dare un giudizio su una persona è la “sindrome della prima impressione”. Quando si conoscono nuove persone subito si hanno delle prime impressioni, dei giudizi basati su quello che ci viene trasmesso dagli altri al primo incontro. Queste prime impressioni però, anche se vengono arricchite in seguito da informazioni aggiuntive, influenzano in modo determinante la scelta o il giudizio, perché gli individui tendono a rimanere “ancorati” al giudizio della prima impressione. Spesso, quando dobbiamo dare delle stime di tipo numerico, tendiamo ad ancorarci a qualche valore per poi aggiustare la stima nella direzione in cui riteniamo sia la risposta corretta.Questo avviene perché nel momento in cui ci viene chiesta una risposta numerica esatta su di un tema che non conosciamo alla perfezione siamo tentati di usare una qualunque cifra come punto di partenza della nostra valutazione.Gli studi di Kahneman e Tversky (e quelli di altri scienziati dopo di loro) hanno dimostrato che le persone utilizzano queste ancore anche quando viene detto loro che sono numeri selezionati a caso, quando le ancore sono cifre implausibili (molto alte o molto basse). 

ESEMPIO: Provate ad eseguire, in 5 secondi, le seguenti operazioni di calcolo nell’ordine in cui sono presentate: 8 X 7 X 6 X 5 X 4 X 3 X 2 X 1.  Immaginate ora di dover eseguire, sempre in 5 secondi, le stesse operazioni di calcolo ma nell’ordine opposto: 1 X 2 X 3 X 4 X 5 X 6 X 7 X 8. Risposta corretta 40320.  Quando le persone rispondono non riescono ad eseguire mentalmente tutte le operazioni in 5 secondi, ma devono approssimare. Vediamo altri esempi.   

Giorgio è Italiano, è molto timido e riservato, molto servizievole, poco pragmatico, privo del senso della realtà e disinteressato alle persone. E’ più probabile che Giorgio sia un bibliotecario o un operaio, o la probabilità è la stessa nei due casi? Soluzione: è più probabile che Giorgio sia un operaio, poiché gli operai sono molto più numerosi dei bibliotecari; ma si tende a rispondere diversamente poiché si giudica che Giorgio presenta molte caratteristiche formano lo stereotipo del bibliotecario.

Giorgio fa parte di un gruppo di 100 persone, delle quali 30 sono ingegneri e 70 avvocati. Giorgio è timido, riservato, taciturno, burbero, non ama parlare in pubblico, non ha senso dell’umorismo. E’ più probabile che Giorgio sia un ingegnere o un avvocato, o la probabilità è la stessa nei due casi? Soluzione: è più probabile che Giorgio sia un avvocato, poiché il rapporto nel gruppo di persone esaminato è di 1 ingegnere ogni 7 avvocati, anche se Giorgio è poco simile allo stereotipo dell’avvocato.

In una città ci sono due ospedali. In quello più grosso nascono 45 bambini al giorno, in quello più piccolo 15. Come sapete in media la percentuale dei nati maschi è del 50%. In un periodo di 1 anno, nei due ospedali sono stati registrati i giorni in cui la percentuale dei nati maschi ha superato il 60%. Quale dei due ospedali ha registrato più giorni, oppure entrambi hanno registrato circa lo stesso numero di giorni? Soluzione: è più probabile che siano stati registrati più giorni nell’ospedale più piccolo, poiché nell’ospedale più grande i dati devono approssimarsi di più ai dati della media in base alla quale metà dei nati sono maschi e l’altra metà femmine.

Una urna contiene 2/3 di palline rosse e 1/3 di palline bianche. Un soggetto estrae 5 palline, 4 sono rosse 1 bianca. Un altro estrae 20 palline, 12 sono rosse 8 bianche. Quale dei due può sentirsi più giustificato ad accettare che l’urna contiene 2/3 di palline rosse e 1/3 di palline bianche? Soluzione: il secondo, poiché ha fatto più estrazioni.

Purtroppo le trappole euristiche scattano indipendentemente dal grado di addestramento/conoscenza degli individui. Vediamo di seguito quali possono essere.

• Sotto utilizzazione delle informazioni acquisite e incapacità di differenziare tra le probabilità. Uso insufficiente o ignoranza completa delle informazioni (es: non capiterà a me).
• Eccessiva attenzione ai segnali emozionali/affettivi. Quando le decisioni sono ambigue o richiedono difficili compromessi tra gli elementi, esse si focalizzano spesso sui segnali maggiormente emozionali o affettivi.
• Distorsione da stress, disagio mentale o fisico. Livelli elevati di fatica, sconforto fisico o costrizione temporale provocano forte stress inducendo all’utilizzo delle trappole euristiche. In particolare, in caso di eventuali scelte azzardate, il processo decisionale può essere seriamente compromesso introducendo elevati livelli di incertezza e maggiori probabilità di errore. Il fenomeno si può avverare sia nella breve giornata, (giornata di decisioni difficili), sia nella lunga scala temporale, (fine stagione invernale) chiamato effetto cumulativo. Esso è particolarmente evidente in situazioni di costrizione temporale (fine giornata; brutto tempo in avvicinamento; emergenza incombente).
• Eccessiva fiducia sulle convenzioni o “norme” sociali. Si preferisce utilizzare o seguire le decisioni di qualcun altro.
• Tendenza a preferire lo status quo.  Quando si è sottoposti a scelte difficili e non ci sono risposte giuste ovvie è prassi comune non prendere decisioni o delegare la scelta ad altri.
• Incapacità nell’apprendere. In caso di decisioni molto azzardate, sono poche le opportunità da cui imparare (i feedback nelle decisioni sono rari e potenzialmente criticabili).

Molti studiosi concordano sul fatto che nei processi decisionali siano coinvolti due sistemi distinti legati a diverse modalità di elaborare l’informazione. Il primo agisce in maniera rapida, automatica e  senza sforzo ma sacrifica l’accuratezza delle percezioni a cui ci conduce in favore della velocità con cui opera. Il secondo è invece più lento, comporta il dispendio di molte risorse cognitive ma allo stesso tempo è capace di un altissimo livello di astrazione in un ottica progettuale anche di lungo termine. Questi due processi di elaborazione dell’informazione coinvolgono anche meccanismi neurali differenti. II sistema esperienziale coinvolge maggiormente il talamo e l’amigdala, due delle strutture più antiche del cervello, mentre quello razionale coinvolge maggiormente la corteccia, che è l’area più evoluta e giovane dell’encefalo. Questi due sistemi si compensano ed interagiscono tra di loro in ogni situazione, tuttavia il sistema esperienziale, per la sua stessa natura è portato a precedere quello razionale nell’elaborazione dell’informazione. Zajonc (1968, 1980), è stato tra i primi a dimostrare la supremazia dell’emozione  sulla cognizione. I suoi studi sulla mera esposizione hanno mostrato, come le reazioni affettive possano influenzare la nostra preferenza per uno stimolo piuttosto che per un altro. Cosa ancor più sorprendente, non è necessario che l’emozione raggiunga la soglia della consapevolezza perché influenzi il nostro pensiero. Queste scoperte hanno portato molti teorici a parlare di un vero e proprio inconscio cognitivo, ovvero un sistema fondamentalmente adattivo che organizza l’esperienza senza sforzo, in modo automatico ed intuitivo e così facendo indirizza il nostro comportamento. Naturalmente, questo modalità di organizzare l’esperienza gioca un ruolo determinante anche nei processi di presa di decisione. Gli studiosi delle decisioni hanno proposto che le emozioni possano influenzare le nostre decisioni in diversi modi. Ad esempio, definiscono un emozione anticipatoria quando indica una reazione viscerale connessa con la percezione del rischio e dell’incertezza che accompagnano una decisione. Damasio (1994) sulla base di osservazioni fatte su pazienti con lesioni della corteccia ventromediale frontale ha proposto che le nostre scelte siano normalmente guidate da marcatori somatici. Questi corrispondono a sensazioni viscerali e non viscerali che anticipano l’esito al quale può condurre una data azione spingendoci ad evitarla o ad approcciarla. In altre parole, quando un marcatore somatico è negativo funziona come un campanello d’allarme che ci avverte che è meglio evitare quella decisione, quando è positivo invece rappresenta un incentivo verso quella determinata azione. Damasio, chiedeva a pazienti neurologici con lesioni della corteccia prefrontale e a persone sane di partecipare ad un gioco d’azzardo il cui obiettivo era quello di vincere la maggior somma di denaro possibile. A tutti i partecipanti veniva affidata una somma iniziale di 2000$ fittizi e veniva chiesto di pescare una carta da quattro diversi mazzi. Ogni carta comportava una vincita o perdita di denaro. Tuttavia, due mazzi portavano ad alte perdite ed alte vincite e alla lunga risultavano svantaggiosi mentre gli altri due che mostravano un equilibrio maggiore tra vincite e perdite alla lunga portavano ad un guadagno. Coerentemente con l’ipotesi del marcatore somatico, man mano che le persone sane  procedevano nel gioco imparavano a diffidare dei mazzi svantaggiosi, e si concentravano su quelli che portavano a vincite e perdite più contenute. Contrariamente, i pazienti, la cui lesione comportava un grave deficit nell’elaborazione dell’emozione e nella pianificazione, continuavano a scegliere i mazzi svantaggiosi anche dopo che avevano subito ampie perdite. Inoltre, subito prima di effettuare la scelta  i pazienti mostravano anche un’attivazione della conduttanza cutanea significativamente inferiore rispetto alle persone sane. Questo studio non solo da una valida dimostrazione di come le emozioni anticipatorie possano guidare le nostre decisioni ma dimostra anche che possono avere un valore adattivo. Tuttavia, le stesse reazioni viscerali che si rivelano utili in un compito come quello appena descritto, ma possono rivelarsi fortemente mal-adattive in altri contesti decisionali. Benartzi e Thaler (1995) hanno mostrato come le emozioni anticipatorie possano spingerci ad investire in obbligazioni sicure piuttosto che in titoli azionari che mediamente offrono un maggior ritorno nel lungo termine. Oltre alle emozioni anticipatorie, anche le emozioni non strettamente legate alla decisione che dobbiamo prendere giocano un ruolo chiave nell’influenzare le nostre scelte. Isen e Mean (1983) hanno mostrato, ad esempio, che gli affetti positivi ci portano a prendere decisioni in modo più accurato e  veloce rispetto agli affetti negativi. I partecipanti di un loro esperimento dovevano valutare sei automobili come se le dovessero comprare. In particolare nella decisione di acquisto dovevano prendere in considerazione nove dimensioni diverse. Tra i partecipanti coloro che subito prima del compito erano stati indotti a provare un emozione positiva  mostravano una minore ridondanza nel processo di ricerca ed erano più propensi ad eliminare gli aspetti inutili al fine della decisione. Di conseguenza, questi soggetti giungevano ad una decisione più velocemente rispetto a quelli della condizione di controllo. Isen e Patrick (1983) hanno dimostrato anche che gli affetti positivi influenzano la propensione a rischiare dell’attore decisionale. In un loro esperimento, ad esempio, le persone cui era stato indotto uno stato d’animo positivo nel gioco della roulette erano più propense a affrontare scommesse ma solo se queste comportavano un basso rischio di perdita. Quando la probabilità di perdere la scommessa era alta invece mostravano un avversione al rischio più alta rispetto alla condizione in cui l’affetto non era stato manipolato in alcun modo. Per spiegare questi risultati Isen, Nygren e Ashby, hanno proposto che le persone quando sono di buon umore siano meno propense a correre rischi che potrebbero minacciare il loro stato d’animo. Ulteriori evidenze di come l’umore possa influenzare la decisione sono state fornite da Forgas (1989) il quale ha preso in considerazione affetti positivi e negativi. In uno studio chiedeva ai soggetti che prendevano parte al suo esperimento di prendere una decisione in merito ad 8 potenziali partner. In una condizione la scelta li riguardava personalmente, mentre nell’altra riguardava un’altra persona. Come Forgas si aspettava i partecipanti che erano stati indotti a provare tristezza erano propensi a considerare variabili interpersonali, mentre coloro che erano stati indotti a provare gioia o piuttosto uno stato emotivo neutrale, facevano più caso alle variabili inerenti il compito. Inoltre, nella condizione di tristezza i partecipanti tendevano ad usare strategie decisionali meno efficaci rispetto agli altri. In particolare, erano più lenti e propensi a considerare aspetti meno importanti ai fini della scelta. Nella condizione di felicità invece erano più veloci, ma in contrasto con quanto dimostrato da Isen, solo se la scelta li interessava personalmente.

Dobbiamo comprendere che la soluzione ideale o perfetta non esiste. Scegliere significa di per se prendere una strada per abbandonare tutte le altre percorribili. Ogni strada ha lati “positivi” e “negativi”. Decidere è ottenere qualcosa per rinunciare a qualcos’altro, finchè non siamo disposti a vedere chiaramente questo, difficilmente saremo in grado di decidere.
Qualche volta una saggia decisione è anche saper scegliere “il meno peggio” ovvero ciò che non ci piace molto, che non salva tutto, ma che, in quel preciso momento, ci sembra procurare i danni minori.

Per concludere ricorda che Scegliere di non scegliere è di per sè una scelta!

A presto.

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